di Stefano Lapponi *

L’economia di guerra è il restringimento dell’economia di mercato sostituita da una economia pianificata a livello centrale dove viene stabilito cosa produrre. In uno stato di guerra l’economia restringe i propri spazi di mercato e questo significa che gran parte della capacità produttiva di un Paese viene destinata allo sforzo bellico. Le risorse, energia e lavoratori, vengono convogliate per allestire e finanziare la produzione militare. Si ha quindi una riconversione industriale con l’unico obiettivo di alimentare lo sforzo bellico. Continua a leggere

di Graziano Vezzoni* e Maurizio Centra**

Occuparsi di economia, studiarla e applicarla rappresenta per il Commercialista non solo croce e delizia di un passato più o meno lontano, si potrebbe dire “quando tutto era da fare”, ma una condizione stabile, qualcosa che fa in modo automatico. Continua a leggere

di Maurizio Centra*

“La prima classe costa mille lire, la seconda cento, la terza dolore e spavento e puzza di sudore dal boccaporto e odore di mare morto…”.

Mi auguro che Francesco De Gregori non mi citi in giudizio per l’uso improprio di un frammento della sua canzone Titanic (1982), ma sono giorni che mi frulla nella testa mentre seguo la più anomala campagna elettorale che io ricordi, quindi almeno degli ultimi trenta anni. Anomalia che non è dovuta al fatto di essere la prima campagna elettorale balneare della storia d’Italia, ma per la modestia delle proposte politiche.

 

Al di là del folclore e delle promesse elettorali, alcune delle quali inverosimili, tanto da ricordare quelle del personaggio Cetto La Qualunque di Antonio Albanese, su temi di vitale importanza per il Paese gran parte dei candidati si sono limitati a slogan preconfezionati o, più semplicemente, li hanno ignorati, convinti, forse, che tutto stia andando bene. Sul cambiamento climatico, ad esempio, non è emersa alcuna proposta concreta e, anche se l’Italia da sola non può certo correggere i danni prodotti dall’Uomo dalla rivoluzione industriale a tutt’oggi, se il nuovo Governo facesse delle scelte precise e adottasse comportamenti conseguenti, ad esempio in materia  di energie rinnovabili, favorirebbe sia il contenimento dell’immissione di gas nocivi nell’atmosfera sia lo sviluppo economico della filiera di imprese nazionali che operano nel campo energetico, oltre che non penalizzare ulteriormente le generazioni future. È appena il caso di aggiungere che l’Italia, dopo essere stata tra i primi paesi al mondo a sviluppare tecnologie per la produzione di energia da fonti rinnovabili, se non dovesse investire in questo settore, di cui si prevede la crescita nei prossimi anni, finirà per diventare un “satellite” di altri paesi, ragionevolmente proprio di quelli con i quali è in competizione sui mercati internazionali.

 

Ma non sono solo il cambiamento climatico e le energie rinnovabili gli argomenti glissati durante la campagna elettorale dai futuri Deputati e Senatori, in realtà non si è sentito parlare neppure di politica economica nazionale e, men che meno, di politica economica europea. C’è da supporre che i politici non li considerino argomenti di interesse degli elettori, oppure che preferiscano riservarli a qualche think tank di esperti. Comunque sia, all’elettore medio non sono arrivate notizie su cosa dovrebbe fare l’Unione Europea in uno scenario mondiale in fase di rapido cambiamento, che impone di riconsiderare anche le delocalizzazioni produttive degli ultimi decenni e, in particolare, di quelle effettuate verso la Cina e altri paesi asiatici, come pure come affrontare i fenomeni di dumping sempre più frequenti e, tra questi, quelli assai degradanti del dumping sociale e del dumping ambientale.

 

Si potrebbe continuare a lungo, purtroppo, perché la lista dei temi assenti in questa campagna elettorale è piuttosto nutrita; cosa dire della crisi demografica e dei suoi effetti sul sistema previdenziale: nulla! Per l’appunto, nel Paese che ha 2.766 miliardi di euro di debito pubblico (rilevato a giugno 2022), che è tra i primi dieci paesi più indebitati al mondo, che ha una popolazione non solo sempre più vecchia, la media è di 46,2 anni a gennaio 2022, ma in costante decrescita, infatti i 60,6 milioni di residenti del 2010 sono scesi a 59,6 milioni nel 2020 e si prevede che diventino 54,1 milioni nel 2050, e che ha il tasso di natalità tra i più bassi del mondo, ossia 7 neonati e 12 deceduti ogni mille abitanti (fonte Istat 8 aprile 2022), la più concreta proposta dei candidati è stata quella di aumentare l’assegno unico universale (sic). Ma visto che quelli che dovranno “pagare” le pensioni a chi lavora oggi ancora non votano, a chi avrebbe dovuto farlo deve essere sembrato scortese trattare l’argomento, come quello della costante migrazione di giovani laureati italiani, forse per non urtare la sensibilità di alcuni dei nostri partner europei, i quali, senza sostenere investimenti, hanno annualmente a disposizione migliaia di nostri connazionali ingegneri, medici, architetti ed economisti ben preparati, solo per citare le categorie professionali più richieste sul mercato interno europeo.

 

Come è noto, la speranza è l’ultima a morire e gli italiani hanno dimostrato in più occasioni di saper trasformare le situazioni di crisi in opportunità, c’è solo da sperare che il prossimo Presidente del Consiglio non sia un lontano parente del comandante del Titanic, vista l’ingloriosa fine del famoso transatlantico britannico al suo primo viaggio nel 1912, mentre a bordo “tutto andava bene”. Forse sarà il caso di valutare se salire o meno sul Titanic che sta attraccando dalle nostre parti, sfavillante di luci e bandierine, o, quantomeno, sarà opportuno esaminare il curriculum vitae del capitano.

*Odcec Roma

 

 

 

di Cristina Costantino* e Martina Riccardi**

Negli ultimi mesi ci siamo più volte domandate perché un professionista dell’area economico – giuridica, preso com’è da impegni gravosi e responsabilità pesanti, dovrebbe sottrarre del tempo alle sue attività per scrivere un articolo, un saggio o un qualunque componimento destinato alla divulgazione, quando esiste una produzione editoriale specializzata che molto spesso si rivela “eccedente il necessario”. Continua a leggere