di Graziano Vezzoni* e Maurizio Centra**

Occuparsi di economia, studiarla e applicarla rappresenta per il Commercialista non solo croce e delizia di un passato più o meno lontano, si potrebbe dire “quando tutto era da fare”, ma una condizione stabile, qualcosa che fa in modo automatico. Chi ha assimilato i principi dell’economia non li dimentica più, ma non solo, li usa istintivamente per comprendere ciò che accade nel suo paese o nel mondo, per scegliere tra diverse opzioni o per orientare le sue azioni allo scopo di soddisfare i bisogni. Difatti i bisogni e la scarsità dei mezzi a disposizione per soddisfarli sono gli elementi sui quali si basa la ricerca economica. A causa della scarsità dei mezzi ogni scelta impone una rinuncia, quindi, a livello collettivo, per ottenere il massimo risultato dall’impiego delle risorse disponibili occorre adottare soluzioni efficienti, ma ciò non basta, per evitare disuguaglianze, occorre che le soluzioni siano anche in grado di favorire la diffusione della ricchezza in modo coerente tra coloro che hanno contribuito a produrla.

In un periodo particolarmente difficile come quello della pandemia causata dal virus Covid-19, si è verificato un peggioramento dei sistemi di diffusione della ricchezza a livello globale, a favore di un numero sempre più ristretto di soggetti, l’arretramento sociale ed economico di classi un tempo intermedie e l’aumento della povertà assoluta. Se da un lato la pandemia ha favorito l’accumulazione di ricchezza in capo a pochi, dall’altro ha dimostrato che per affrontare fenomeni estremi occorrono azioni collettive, con ampie sinergie tra il settore pubblico e quello privato. Laddove per settore pubblico si intende sempre meno lo stato nazionale e le sue articolazioni territoriali, bensì le organizzazioni sovranazionali, come l’Unione Europea.

Per vincere le “grandi sfide”, come rendere le economie dei paesi dell’Unione Europea più sostenibili, resilienti e in grado di gestire la transizione ecologica e quella digitale, servono politiche economiche stabili e strumenti di attuazione semplici, cosa che in realtà negli ultimi tempi si è iniziato a fare con il Next Generation EU (NGEU) dell’Unione Europea e con il Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) dell’Italia, i cui risultati saranno di fondamentale importanza per le prossime generazioni. Tra le “grandi sfide” rientra anche quella del lavoro, tema assai rilevante per l’Italia, che ha una economia basata sulla trasformazione e dipende dall’estero per gran parte delle materie prime. È il lavoro che determina – in massima parte – la ricchezza interna e più il lavoro è qualificato maggiore è la capacità di produrre beni di alto valore. Più cresce la produzione di beni di alto valore e maggiore è la capacità del sistema paese di essere competitivo sui mercati esteri ed evitare la “fuga dei cervelli”. A tal fine, le imprese italiane dovrebbero aumentare gli investimenti in ricerca e sviluppo e farlo in sintonia con le linee di indirizzo e/o di sviluppo strategico elaborate da soggetti autorevoli e super partes (es. Consiglio nazionale delle ricerche, università, centri di ricerca privati, ecc.).

Del lavoro si misura periodicamente lo “stato di salute” con vari strumenti, quelli più attendibili sono elaborati dall’Istituto nazionale di statistica (Istat) e i dati più recenti attestano che nei primi tre mesi dell’anno 2022 gli occupati in Italia sono aumentati di 170 mila unità, di cui 85 mila donne. Il tasso di disoccupazione complessivo si è attestato all’8,3%, con una diminuzione dell’1,8% sul mese di marzo 2021, ma disaggregando i dati emerge che tra i giovani il tasso di disoccupazione è del 24,5%. In valore assoluto, gli occupati superano i 23 milioni di unità, di cui 3 milioni e 159 mila con contratti a tempo determinato, i disoccupati ammontano a 2 milioni e 74 mila. Nonostante il tasso di disoccupazione in Italia sia superiore a quello dell’Unione Europea (6,7%), gli imprenditori segnalano crescenti difficoltà a trovare la mano d’opera di cui hanno bisogno; difficoltà che non riguardano solo le figure professionali altamente specializzate, ma anche figure meno qualificate da impiegare in attività tradizionali, come la ristorazione, i pubblici esercizi o i trasporti. Basti pensare che mentre si discute del sistema delle concessioni balneari, per adeguare la normativa italiana ai principi dell’Unione Europea sulla concorrenza, i gestori degli stabilimenti balneari in Versilia sono costretti ad “ingaggiare” gli studenti per svolgere le funzioni di addetto al salvataggio in mare. Per non parlare della ristorazione, dove la richiesta di mano d’opera ormai supera sistematicamente l’offerta e gli studenti degli istituti tecnici per il turismo sono “prenotati” dagli imprenditori del settore fin dai primi anni.

I cittadini italiani, non solo i Commercialisti ovviamente, assistono a fenomeni apparentemente contraddittori, da un lato gli imprenditori chiedono incentivi pubblici, anche per ridurre il costo del lavoro, che in realtà è tra i più bassi in Europa, dall’altro si lamentano dell’impossibilità di integrare l’organico, con conseguenze negative anche sul fatturato. Ma se i salari medi sono modesti e, ciò nonostante, gli imprenditori hanno difficoltà a “far quadrare i conti”, allora si dovrebbe valutare, caso per caso, anche il livello di efficienza dell’organizzazione aziendale. Gli incentivi pubblici, al di là di situazioni straordinarie come la pandemia, sono utili al sistema paese se costituiscono strumenti di politica economica, ossia se inducono i destinatari a compiere azioni utili al piano complessivo; ne sono un esempio i contributi per l’acquisto di autoveicoli elettrici, per l’incremento stabile dell’occupazione o per investimenti in ricerca e sviluppo. Alcuni sussidi pubblici, inoltre, non sempre raggiungono il loro obiettivo, si pensi a quelli per la disoccupazione, che sono socialmente utili perché sostengono i consumi dei disoccupati e, nei limiti del possibile, consentono agli stessi di fare una vita libera e dignitosa, ma sovente scoraggiano la loro ricerca di lavoro.

Per analizzare “dal basso” l’andamento della occupazione in Italia, la Redazione di NOI & IL LAVORO ha deciso di avviare un sondaggio tra i Commercialisti lettori della Rivista, che sono presenti in modo capillare sul territorio, allo scopo di acquisire da loro – sotto il vincolo della riservatezza – informazioni di carattere economico e sociale, che saranno opportunamente elaborate e confrontate con i dati provenienti da altre fonti, allo scopo di approfondire la conoscenza dei suddetti fenomeni apparentemente contraddittori e acquisire strumenti per gestirli. A tutti coloro che parteciperanno al sondaggio va fin da ora il ringraziamento della Redazione.

* Odcec Lucca ** Odcec Roma

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