di Monica Bernardi*

Domanda. Il decreto legge 24 marzo 2022, n. 24 ha confermato il termine dello stato di emergenza al 31 marzo 2022, con alcune eccezioni, quali il ricorso al lavoro agile (smart working) semplificato, che scadrà il 30 giugno 2022, si ritiene perché entro quella data il legislatore interverrà sulla materia. Dall’esperienza fatta durante la pandemia da Covid-19, quali indicazioni e/o suggerimenti arrivano per l’adeguamento di uno strumento che in epoca precedente era scarsamente utilizzato?

Risposta. La pandemia ha costretto gli italiani (e tutti gli europei) ad un lungo periodo di isolamento che è però servito a dimostrare come l’evoluzione tecnologica permette in molti casi di lavorare dalla propria abitazione, senza dover affrontare i costi e i tempi degli spostamenti quotidiani. Fatta l’esperienza, in molti casi positiva, è impossibile che si torni indietro, anche perché non si è mancato di rilevare come anche alcune imprese possono trarre beneficio dalla diffusione del lavoro agile, in termini di risparmio dei costi immobiliari e di maggiore controllo sull’attività individuale.D. La disoccupazione, soprattutto quella giovanile, affligge l’Italia più di altri paesi europei e per ridurla occorrerebbe una forte crescita economica, cosa che sembrava possibile all’inizio dell’anno in corso, anche grazie al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR). A suo parere, la guerra conseguente all’invasione dell’Ucraina da parte delle truppe russe, al di là di altre considerazioni, comprometterà irrimediabilmente le previsioni di crescita del Paese nel breve/medio periodo e, di conseguenza, l’auspicato aumento dell’occupazione?

R. Anche se le ostilità si prolungavano da tempo, la situazione è peggiorata in un breve lasso di tempo e non è facile prevedere che evoluzione verrà a registrarsi nei prossimi mesi e anche oltre. Certamente, oggi l’Ucraina è un paese distrutto, privato di molte delle sue infrastrutture, la cui popolazione è stata dispersa o uccisa, con profughi ospitati in condizioni di emergenza. È possibile, quindi, che una parte delle disponibilità in origine destinate al PNRR finisca per essere investito nelle tante misure necessarie a garantire assistenza ai profughi e alla popolazione che un giorno dovesse ritornare nei luoghi dai quali è scappata. Che la confusione al momento in atto sia grande e quali sono i pericoli per la crescita economica mi pare sia chiaro a tutti, come ha subito dimostrato la vicenda (per nulla limpida) dell’aumento del prezzo del carburante alla pompa. 

D. A circa sette anni dalla riforma del 2015 (Jobs act), quali sono gli interventi che hanno modificato in modo significativo i rapporti di lavoro?

R. È inutile nascondere che la riforma più importante è stata soprattutto la modifica della disciplina del licenziamento illegittimo, anche se la Corte costituzionale, incrementando la soglia massima dell’indennizzo sino a 36 mensilità, ha certamente modificato l’originaria intenzione del legislatore. Nessuna modifica, invece, si è registrata sul fronte dei rapporti di collaborazione, in relazione ai quali, anzi, la situazione sembra ritornata indietro di quaranta anni, data l’estrema incertezza che circonda adesso questa materia, che pure rimane centrale nel mondo del lavoro. Nello stesso senso del tutto velleitario continua a sembrarmi l’intervento sulle mansioni, che non ha innescato (come era facile prevedere) la revisione dei sistemi di inquadramento, che pure era attesa da anni. 

D. Da anni si parla di modificare e potenziare le politiche attive del lavoro, anche al fine di ridurre il ricorso agli ammortizzatori sociali, si intravede qualcosa nell’immediato futuro?

R. Su questo fronte, invece, sono più ottimista, nel senso che mi pare di poter dire che oramai tutti gli amministratori locali e tutte le forze politiche sono consapevoli dell’esigenza che si realizzi un reale rafforzamento della presenza pubblica in questo settore. Semmai, quello che rimane ancora nell’incertezza è il livello qualitativo dei servizi che gli enti territoriali saranno sempre più chiamati ad assicurare, poiché le politiche attive richiedono personale davvero in gamba per poter funzionare a dovere. 

D. I tragici eventi sociali ed economici degli ultimi due anni nel nostro Paese, dovuti alla diffusione del virus Covid-19, hanno “messo in luce” le criticità del sistema degli ammortizzatori sociali, che è stato recentemente modificato dal legislatore in senso universalista, ampliando le forme di intervento dei Fondi di solidarietà bilaterali e non, come poteva essere, quelle dell’Istituto nazionale della previdenza sociale (Inps), secondo lei il sistema così modificato risulta, nel suo complesso, realmente rafforzato?

R. Questo è un aspetto che è stato a lungo trascurato, con l’adozione di una soluzione dettata dalle tante emergenze, che non mi convince sino in fondo. A me pare chiaro che la forma più corretta di ammortizzatore sociale resti l’indennità di disoccupazione (ora NASpI), che è stata rafforzata ed ampliata (anche attraverso la DISCOLL) negli ultimi venti anni. In questa prospettiva, non mi scandalizza neanche la diffusione del reddito di cittadinanza, quando l’aiuto statale intervenga al termine del periodo di godimento della NASpI e sia lontano il traguardo di un nuovo impiego (in assenza, ovviamente, di altri redditi familiari).

Per quanto la mia opinione possa apparire  mpopolare, l’originaria soluzione del Jobs Act di limitare la concessione della “Cassa” ai soli casi, in cui il reimpiego appariva probabile, continua a convincermi, anche se sarei stato più attento sin da subito alle esigenze delle procedure concorsuali, per le quali gli ammortizzatori sociali possono spesso costituire una soluzione utile nei casi di autorizzazione all’esercizio provvisorio e di ricerca di un compratore. 

D. Con il termine welfare aziendale si intende comunemente l’insieme di iniziative che i datori di lavoro attuano a favore dei lavoratori ovvero di alcune categorie, allo scopo di soddisfare talune esigenze che non trovano o non trovano più un’adeguata copertura da parte dello stato e/o di enti pubblici, come l’assistenza sanitaria, la cura della famiglia, l’istruzione propria o dei figli, l’accesso al credito, ecc. In base alla sua esperienza l’attuale normativa in materia è adeguata o richiede qualche intervento di manutenzione?

R. Il welfare aziendale ha conosciuto una diffusione così rapida che pare difficile negare che esso non rispondesse ad una esigenza avvertita dai più. Ovviamente, come in molta parte della normativa tributaria, le norme richiedono sempre un certo periodo di sperimentazione, di modo che non mi scandalizzerei ove si andasse nella direzione di modificare la disciplina, purché questo avvenga con norme chiare nella loro ricaduta applicativa. 

D. Dopo una “gestazione” lunga e travagliata, è nato l’assegno unico universale per i figli a carico, che dal 1° marzo 2022 ha sostituito le precedenti forme di sussidio e/o beneficio a favore dei genitori lavoratori. Quale è il suo parere sul nuovo strumento e, più in generale, sulle politiche dello Stato in materia di tutela della genitorialità?

R. A me la misura piace e mi pare risponda sia alle previsioni della Carta costituzionale del 1947, che parlando di un “salario familiare” non può che addossare allo Stato un simile compito, sia alle quotidiane esigenze dei lavoratori più giovani, che sino ad ora hanno spesso dovuto fronteggiare il peso della maternità e della paternità solo contando sulle proprie forze, fisiche ed economiche. 

*Odcec Milano

**Professore ordinario di Diritto del lavoro, Università lica del Sacro Cuore

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