di Giovanni Dall’Aglio*

Per molto tempo la responsabilità è stata considerata una virtù indiscutibile. Responsabile è chi mantiene le promesse, chi regge il peso delle aspettative altrui senza deviare, senza incrinarsi, senza sottrarsi. Chi porta avanti ciò che è stato iniziato, anche quando non coincide più con sé.

Il mondo del lavoro ha trasformato la responsabilità da scelta etica a meccanismo di auto-vincolo. Ma quando la responsabilità coincide interamente con l’adesione al ruolo, produce soggetti ideali per essere sostituiti. Non perché abbiano fallito, ma perché hanno funzionato troppo bene. L’intelligenza artificiale non ruba il lavoro all’umano creativo, inquieto, irregolare.

Assorbe invece il lavoro dell’umano che ha imparato a comportarsi come una macchina per senso del dovere. In questo senso, la responsabilità ha chiesto all’essere umano di diventare ciò che ora lo rende superfluo. Non è stata l’IA a imitare l’uomo. È stato l’uomo, per senso di responsabilità, a imparare a imitare la macchina. Michel Foucault lo aveva mostrato con chiarezza: le società moderne non funzionano principalmente attraverso la repressione, ma attraverso la normalizzazione. Il potere non chiede obbedienza cieca; chiede coerenza, continuità, affidabilità. Chiede soggetti che interiorizzino la norma e la riproducano spontaneamente. La responsabilità, in questo senso, non è solo una qualità etica: è un dispositivo. Forma individui che si adattano ai ruoli, che li abitano anche quando quei ruoli smettono di essere espressione di una tensione vitale. Spinge a sacrificare la parte eccedente, irregolare, creativa, pur di non rompere un patto implicito con l’aspettativa altrui.

L’intelligenza artificiale assorbe con naturalezza tutto ciò che è prevedibile, ripetibile, ottimizzabile. Tutto ciò che può essere fatto “con senso del dovere”. La macchina eccelle proprio dove l’umano ha imparato a essere responsabile nel senso tradizionale.

Ed è qui che appare una figura ambigua, quasi disturbante: colui che delude le aspettative.

Non chi fallisce per incapacità. Ma chi devia consapevolmente. Chi non rispetta fino in fondo la traiettoria assegnata. Chi interrompe, riformula, disattende. Chi introduce rumore. Una figura che, nel gergo classico del lavoro, è vista come inaffidabile e improduttiva, un eccesso. Ma in un’economia governata da sistemi che ottimizzano la conformità, l’eccesso diventa margine.

Deludere le aspettative, in questo senso, non è un atto morale, ma strutturale: significa non coincidere completamente con la funzione, non saturare il ruolo, non esaurirsi nella competenza. Significa lasciare uno spazio vuoto, improduttivo secondo i parametri classici, ma fertile.

Georges Bataille parlava di dépense: la parte di energia che non viene reinvestita, che eccede l’utilità, che sfugge alla razionalità economica. Per Bataille, ogni sistema che elimina l’eccesso si prepara alla rigidità, e dunque alla crisi. Applicata al lavoro, questa intuizione è radicale: l’individuo che non si consuma interamente nel senso di responsabilità potrebbe essere proprio colui che conserva una riserva di senso, di visione, di invenzione.

Non è irresponsabilità. È un’altra idea di responsabilità. Una responsabilità verso ciò che non è ancora richiesto. Verso ciò che non ha KPI. Verso ciò che non è immediatamente traducibile in performance.

Deludere le aspettative, allora, non come gesto romantico o ribellione sterile, ma come atto di libertà creativa. Come rifiuto silenzioso di essere completamente leggibili, completamente valutabili, completamente replicabili. È difendere quello spazio interno che nessun sistema – per quanto efficiente – può programmare senza distruggerlo. Non è un caso che una parte della filosofia del Novecento abbia identificato nella libertà creativa il tratto non negoziabile della natura umana: non ciò che l’uomo sa fare, ma ciò che non può essere interamente previsto.

Abbiamo confuso la responsabilità con la permanenza.

Rimanere, resistere, adattarsi, anche quando il ruolo non era più nostro. Ma la macchina resterà sempre meglio di noi. Sopporterà di più. Funzionerà meglio.

L’economia che viene non cercherà chi tiene insieme ciò che già esiste, ma chi ha il coraggio di non reggere più una forma che lo nega.

Deludere, oggi, non è mancare. È restare umani dove tutto spinge a diventare funzione.

*Ingegnere PhD in Trieste

di Giulio Dellavite*

Un tema come quello della “sicurezza sul lavoro” è immediatamente legato e necessariamente collegato all’orizzonte dei “doveri”. Molti altri concetti del mondo del lavoro sono rileggibili in questa ottica.

Mi sia permesso di iniziare con una provocazione e con un pizzico di ironia, pensando ai “doveri” in una coppia. Per l’uomo si impone un punto esclamativo fluorescente: “doveri!”. È il mondo dei compiti e delle attese del partner, spesso rilevate perché deluse. Per la donna invece si pone in evidenza un punto di domanda: “dov’eri?”. È la domanda fondamentale a cui saper e dover rispondere. Un apostrofo e un tono cambiano un’intera prospettiva di orizzonte, eppure si leggono allo stesso modo: “doveri!” e “dov’eri?”. Ogni professionista pensa ai doveri, parla dei doveri, adempie doveri. Diventa essenziale però anche aprire alcune sollecitazioni: dov’eri, professionista, quando il tuo cliente si sgretolava? dov’eri quando la realtà galoppava e l’intelligenza artificiale ha cominciato a dare risposte più veloci, più precise, più economiche delle tue semplicemente con una chat? dov’eri tu quando le istituzioni si sono impantanate in sabbie mobili? dov’eri quando altri hanno cavalcato l’onda? dov’eri quando sono successi problemi o incidenti o sprechi? dov’eri? Credo che per tante situazioni, dentro la complessità del reale e la complicazione delle norme, un imprenditore, un manager, un responsabile di area, un direttore di settore possa rispondere “dov’ero? In una selva oscura!”. Continua a leggere

di Giovanni Dall’Aglio*

Come spesso accade nell’affrontare rivoluzioni che non comprendiamo, si innescano meccanismi tanto comici quanto tragici. Così sta accadendo nel modo in cui usiamo l’intelligenza artificiale. La consideriamo come fosse una sigaretta, da consumare per un tiro di automazione o un powerpoint che si scrive da solo. Per poi spegnerla, più soddisfatti e performanti, ma più lontani da noi stessi. Non ci accorgiamo che l’AI è come il fuoco, nato per vedere più a fondo. Per illuminare il buio. Chi la usa solamente per risparmiare tempo non si accorge che sta bruciando proprio quello che gli manca: il senso. Continua a leggere

di Giovanni Dall’Aglio*

In un contesto lavorativo dominato dalla visibilità e dalla misurazione costante, il lavoratore tende a svuotarsi nella rappresentazione di sé, alla ricerca di quel feticcio chiamato prestigio, che acquisisce potere solo perché glielo attribuiamo. Parallelamente, l’AI emotiva simula empatia e spesso, non avendo un ego da difendere, appare più presente, attenta e profonda dell’essere umano medio. Continua a leggere

di Giovanni Dall’Aglio*

Nell’era dell’intelligenza artificiale, il lavoro sembra diventato un’operazione senza attrito: tutto è più veloce, più efficiente, più immediato. Ma cosa accade quando l’immediatezza sostituisce la profondità? Diceva Jean-Paul Sartre: “L’uomo è condannato a essere libero, perché una volta gettato nel mondo è responsabile di tutto ciò che fa”. La libertà in cui siamo proiettati oggi è tuttavia illusoria: crediamo di scegliere quando in realtà stiamo delegando ad una macchina l’esercizio di pensare al posto nostro. In questa rincorsa verso l’automazione e la flessibilità, che ruolo gioca la percezione che abbiamo di noi stessi nel contesto professionale? Continua a leggere

di Giovanni Dall’Aglio*

 

Nel famoso dialogo sulla “natura umana” del 1971 tra Noam Chomsky e Michel Foucault1, Chomsky teorizza l’esistenza di un fondamento reale, assoluto, della natura umana che risiede nell’espressione della propria capacità creativa. Una facoltà naturale che tende ad opporsi ad ogni forma di coercizione; la stessa facoltà che esprime ad esempio un bambino che, di fronte a situazioni nuove come imparare la lingua madre, reagisce e pensa in modo diverso pur senza impararne le regole. La mente come qualcosa di contrapposto al mondo fisico. Seguendo Chomsky quindi, se il bisogno fondante della natura umana risiede nella ricerca creativa, una società giusta dovrebbe metterci nelle condizioni di massimizzare tale potenziale. Continua a leggere

di Giovanni Dall’Aglio*

Nel suo saggio del 20181, Bullshit Jobs2, opinabile olluminante a seconda dei punti di vista, l’antropologo David Graeber sosteneva che un’epidemia di lavori inventati e senza senso stava generando gravi danni psicologici alla popolazione. Un “lavoro del cavolo” essenzialmente è un lavoro privo di scopo e significato. È diverso dal tipo di lavoro usurante che può essere degradante e mal retribuito, ma che in fondo svolge un ruolo utile e fondamentale nella società. Nel caso ad esempio di un netturbino (se possiamo ancora chiamarlo così), siamo di fronte ad un lavoro che dà alla società più di quanto riceva (se svolto onestamente). In un certo senso ha anche una finalità nobile, in quanto dovrebbe servire a rendere migliore e più bello il luogo in cui viviamo. Piuttosto, un lavoro del cavolo può essere prestigioso, comodo e ben pagato, ma se svanisse domani, il mondo non solo non se ne accorgerebbe, ma potrebbe addirittura diventare un posto migliore. In sintesi, questi lavori “prendono” più di quanto “danno” alla società. Sono ottimi per nutrirci, vestirci e darci un alloggio, permettendo a milioni di persone di vivere ben oltre i propri bisogni. Ma il prezzo da pagare per i lavoratori è la loro umanità. Continua a leggere

*di Paolo Soro

 

Il Consiglio dei Ministri, nella seduta del 19 dicembre 2023, ha approvato in via definitiva le proposte di modifica al decreto legislativo recante attuazione della riforma fiscale in materia di fiscalità internazionale.

Con riferimento, in particolare, alla nuova disciplina concernente il regime speciale per gli impatriati, considerata  l’urgente  necessità  di  conoscere le  regole  previste,  corre  l’obbligo  di  fornire un’adeguata panoramica aggiornata, seppure – alla data in cui si scrive – il testo definitivo completo non risulti essere stato ancora pubblicato. Continua a leggere

di Giovanni Dall’Aglio*

Per troppo tempo il sistema di welfare è stato concepito come una sorta di ricompensa futura, condizionando e sacrificando le scelte presenti in tema di istruzione e lavoro con la prospettiva di una generosa garanzia pensionistica. Un welfare sbilanciato all’ultimo tratto di vita lavorativa non solo non è in grado di prevenire i danni causati dalle scelte sbagliate del presente ma, paradossalmente, rischia di favorirle. Continua a leggere

di Giovanni Dall’Aglio* 

Capita spesso, al rientro dalle vacanze, di pensare frasi del tipo “ora che ho avuto un po’ di tempo per pensare, ho capito che…” oppure “mentre ero in vacanza mi è venuta questa grande idea…”. Quello che però non cogliamo è che, proprio in quei momenti, stiamo svolgendo la parte più importante del nostro lavoro. Continua a leggere