di Giovanni Dall’Aglio*

Come spesso accade nell’affrontare rivoluzioni che non comprendiamo, si innescano meccanismi tanto comici quanto tragici. Così sta accadendo nel modo in cui usiamo l’intelligenza artificiale. La consideriamo come fosse una sigaretta, da consumare per un tiro di automazione o un powerpoint che si scrive da solo. Per poi spegnerla, più soddisfatti e performanti, ma più lontani da noi stessi. Non ci accorgiamo che l’AI è come il fuoco, nato per vedere più a fondo. Per illuminare il buio. Chi la usa solamente per risparmiare tempo non si accorge che sta bruciando proprio quello che gli manca: il senso. Continua a leggere

di Giovanni Dall’Aglio*

In un contesto lavorativo dominato dalla visibilità e dalla misurazione costante, il lavoratore tende a svuotarsi nella rappresentazione di sé, alla ricerca di quel feticcio chiamato prestigio, che acquisisce potere solo perché glielo attribuiamo. Parallelamente, l’AI emotiva simula empatia e spesso, non avendo un ego da difendere, appare più presente, attenta e profonda dell’essere umano medio. Continua a leggere

di Giovanni Dall’Aglio*

Nell’era dell’intelligenza artificiale, il lavoro sembra diventato un’operazione senza attrito: tutto è più veloce, più efficiente, più immediato. Ma cosa accade quando l’immediatezza sostituisce la profondità? Diceva Jean-Paul Sartre: “L’uomo è condannato a essere libero, perché una volta gettato nel mondo è responsabile di tutto ciò che fa”. La libertà in cui siamo proiettati oggi è tuttavia illusoria: crediamo di scegliere quando in realtà stiamo delegando ad una macchina l’esercizio di pensare al posto nostro. In questa rincorsa verso l’automazione e la flessibilità, che ruolo gioca la percezione che abbiamo di noi stessi nel contesto professionale? Continua a leggere

di Giovanni Dall’Aglio*

 

Nel famoso dialogo sulla “natura umana” del 1971 tra Noam Chomsky e Michel Foucault1, Chomsky teorizza l’esistenza di un fondamento reale, assoluto, della natura umana che risiede nell’espressione della propria capacità creativa. Una facoltà naturale che tende ad opporsi ad ogni forma di coercizione; la stessa facoltà che esprime ad esempio un bambino che, di fronte a situazioni nuove come imparare la lingua madre, reagisce e pensa in modo diverso pur senza impararne le regole. La mente come qualcosa di contrapposto al mondo fisico. Seguendo Chomsky quindi, se il bisogno fondante della natura umana risiede nella ricerca creativa, una società giusta dovrebbe metterci nelle condizioni di massimizzare tale potenziale. Continua a leggere

di Giovanni Dall’Aglio*

Nel suo saggio del 20181, Bullshit Jobs2, opinabile olluminante a seconda dei punti di vista, l’antropologo David Graeber sosteneva che un’epidemia di lavori inventati e senza senso stava generando gravi danni psicologici alla popolazione. Un “lavoro del cavolo” essenzialmente è un lavoro privo di scopo e significato. È diverso dal tipo di lavoro usurante che può essere degradante e mal retribuito, ma che in fondo svolge un ruolo utile e fondamentale nella società. Nel caso ad esempio di un netturbino (se possiamo ancora chiamarlo così), siamo di fronte ad un lavoro che dà alla società più di quanto riceva (se svolto onestamente). In un certo senso ha anche una finalità nobile, in quanto dovrebbe servire a rendere migliore e più bello il luogo in cui viviamo. Piuttosto, un lavoro del cavolo può essere prestigioso, comodo e ben pagato, ma se svanisse domani, il mondo non solo non se ne accorgerebbe, ma potrebbe addirittura diventare un posto migliore. In sintesi, questi lavori “prendono” più di quanto “danno” alla società. Sono ottimi per nutrirci, vestirci e darci un alloggio, permettendo a milioni di persone di vivere ben oltre i propri bisogni. Ma il prezzo da pagare per i lavoratori è la loro umanità. Continua a leggere

*di Paolo Soro

 

Il Consiglio dei Ministri, nella seduta del 19 dicembre 2023, ha approvato in via definitiva le proposte di modifica al decreto legislativo recante attuazione della riforma fiscale in materia di fiscalità internazionale.

Con riferimento, in particolare, alla nuova disciplina concernente il regime speciale per gli impatriati, considerata  l’urgente  necessità  di  conoscere le  regole  previste,  corre  l’obbligo  di  fornire un’adeguata panoramica aggiornata, seppure – alla data in cui si scrive – il testo definitivo completo non risulti essere stato ancora pubblicato. Continua a leggere

di Giovanni Dall’Aglio*

Per troppo tempo il sistema di welfare è stato concepito come una sorta di ricompensa futura, condizionando e sacrificando le scelte presenti in tema di istruzione e lavoro con la prospettiva di una generosa garanzia pensionistica. Un welfare sbilanciato all’ultimo tratto di vita lavorativa non solo non è in grado di prevenire i danni causati dalle scelte sbagliate del presente ma, paradossalmente, rischia di favorirle. Continua a leggere

di Giovanni Dall’Aglio* 

Capita spesso, al rientro dalle vacanze, di pensare frasi del tipo “ora che ho avuto un po’ di tempo per pensare, ho capito che…” oppure “mentre ero in vacanza mi è venuta questa grande idea…”. Quello che però non cogliamo è che, proprio in quei momenti, stiamo svolgendo la parte più importante del nostro lavoro. Continua a leggere

di Giovanni Dall’Aglio*

Il dibattito in merito all’impatto dell’automazione e dell’intelligenza artificiale sul mondo del lavoro si divide spesso in due fazioni: turbo-ottimisti e catastrofisti. Questa diversità di prospettive ci spinge a riflettere su questioni antitetiche. Continua a leggere

di Sergio Vianello* e Monica Bernardi**

I recenti dati dell’Istituto nazionale di assicurazione contro gli infortuni sul lavoro (Inail) non lasciano spazio a interpretazioni: negli ultimi due anni in Italia sono morte sul lavoro quasi tre persone al giorno, la maggior parte delle quali impiegata nel settore edilizio. Nei primi sette mesi di quest’anno il numero di infortunati è aumentato di circa il 40% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Continua a leggere