di Graziano Vezzoni*

Nel Porto di Livorno gli esoscheletri passivi entrano nelle operazioni quotidiane per ridurre il carico fisico dei portuali. Il progetto, avviato nel 2022, nasce dalla collaborazione tra Autorità di Sistema Portuale del Mar Tirreno Settentrionale, Compagnia Portuale di Livorno, IUVO (Scuola Superiore Sant’Anna) e Comau. L’obiettivo è semplice e ambizioso: prevenire disturbi muscolo‑scheletrici e migliorare l’ergonomia, senza rallentare il lavoro.

Livorno prova la “robotica indossabile” per proteggere schiena e spalle

In porto la fatica non è un’eccezione, è la regola. Movimentare merci, sollevare carichi, lavorare con posture forzate e ripetere gli stessi gesti per ore significa mettere sotto pressione, giorno dopo giorno, schiena, spalle e articolazioni. Non sorprende che proprio i disturbi muscolo‑scheletrici siano tra le cause più frequenti di malattia professionale nei lavori ad alta intensità fisica.

È in questo scenario che Livorno ha scelto di sperimentare una strada ancora poco battuta in Europa: l’introduzione sistematica di esoscheletri passivi, dispositivi indossabili senza motori, pensati per sostenere il corpo e ridurre lo sforzo nelle fasi più gravose. Non si tratta di “robot che sostituiscono l’uomo”, ma di tecnologia che prova a rendere più sostenibile la prestazione, soprattutto nelle mansioni ripetitive e ad alto carico biomeccanico.

Dal laboratorio alla banchina: una sperimentazione sul campo

Il progetto, avviato nel 2022, è stato costruito con un’idea precisa: testare gli esoscheletri in condizioni reali, non in scenari simulati. La collaborazione tra enti portuali, impresa e università ha permesso di valutare i dispositivi direttamente nelle attività operative, osservando cosa cambia nella postura, nella fatica percepita e nella compatibilità con procedure e dotazioni di sicurezza già in uso.

Il porto, in fondo, è un banco prova severo: spazi stretti, tempi serrati, ritmi elevati. Se una tecnologia funziona qui, può funzionare anche altrove.

Quali dispositivi e in quali attività

Gli esoscheletri adottati a Livorno rientrano nella categoria dei modelli passivi: non hanno batterie o attuatori, ma sfruttano meccanismi di supporto che redistribuiscono parte del carico muscolare.

I principali dispositivi citati nella sperimentazione sono:

  • Mate‑Xb, orientato al supporto della zona lombare, utilizzato nelle fasi di sollevamento e movimentazione. Tra i benefici rilevati, una riduzione dell’attività muscolare lombare fino al 25%.
  • Mate‑Xt, dedicato al supporto degli arti superiori, impiegato in attività come rizzaggio e derizzaggio dei container, con una riduzione dello sforzo sulle spalle fino al 35%.

Il punto di forza, in entrambi i casi, è la logica “di assistenza”: il lavoratore resta protagonista dell’azione, ma con un aiuto fisico che punta a limitare il sovraccarico, soprattutto nel lungo periodo.

Cosa è emerso: meno sforzo, più stabilità, buona accettazione

La sperimentazione triennale ha evidenziato risultati considerati significativi, soprattutto su tre piani.

1) Carico biomeccanico e fatica

Tra gli effetti riportati:

  • diminuzione dello sforzo percepito fino al 50%;
  • miglioramento della postura nelle fasi più critiche;
  • riduzione dell’affaticamento a fine turno.

2) Sicurezza e integrazione operativa

Un dato centrale per l’ambiente portuale è la compatibilità con le regole di sicurezza: l’esperienza ha indicato assenza di interferenze con i DPI e con le procedure operative, oltre a una maggiore stabilità nelle azioni ripetitive.

3) Accettazione da parte dei lavoratori

La tecnologia, per funzionare davvero, deve essere indossata e usata con continuità. La fase di test ha mostrato una buona accettabilità, favorita dalla leggerezza e dall’uso relativamente semplice dei dispositivi.

L’effetto sul DVR: prevenzione, formazione e manutenzione

L’introduzione degli esoscheletri, però, non è solo una scelta tecnica. Ha implicazioni dirette sul sistema di prevenzione. In particolare, può richiedere valutazioni e aggiornamenti nel Documento di Valutazione dei Rischi (DVR), considerando:

  • analisi del rischio residuo con e senza esoscheletro;
  • valutazione ergonomica delle mansioni supportate;
  • formazione per l’uso corretto;
  • procedure di manutenzione e verifiche periodiche;
  • integrazione con i DPI esistenti.

In altri termini: l’esoscheletro non è un “accessorio”, ma un elemento che entra nel sistema sicurezza, e va gestito come tale. Il fine è chiaro: ridurre l’esposizione al rischio biomeccanico (movimentazione manuale dei carichi, posture incongrue), migliorare il benessere fisico e, nel tempo, incidere su assenze e infortuni legati al sovraccarico.

Prospettiva: cosa può succedere nei prossimi anni

Livorno sta raccontando una storia diversa sulla sicurezza: non quella fatta solo di obblighi e adempimenti, ma quella in cui l’innovazione diventa uno strumento pratico di tutela.  Se l’esperienza di Livorno farà scuola, gli esoscheletri potrebbero diventare una delle soluzioni più concrete per affrontare un problema che, nei lavori fisici, non scompare con un semplice richiamo alle buone pratiche: l’usura del corpo nel tempo. Gli esoscheletri non sostituiscono l’uomo, ma lo accompagnano nel lavoro più duro, alleggerendo i punti critici e rendendo più sostenibile la fatica.

Nei prossimi anni lo sviluppo potrebbe muoversi su tre direzioni. Primo, una diffusione più ampia in altri porti e in settori come logistica, edilizia e manifatturiero, dove il rischio biomeccanico resta elevato. Secondo, una maggiore standardizzazione: linee guida più chiare su criteri di scelta, mansioni idonee, formazione e manutenzione. Terzo, un salto nella misurazione degli impatti: non solo fatica percepita e posture, ma anche dati su assenze, idoneità, infortuni e qualità del lavoro nel medio periodo.

In un settore dove il margine tra efficienza e usura fisica è spesso sottile, l’ergonomia avanzata smette di essere un “plus” e diventa una scelta strategica.

Livorno, intanto, ha già lanciato un messaggio al settore: investire in ergonomia avanzata non significa “modernizzare” per moda. Significa provare a rendere il porto un luogo dove la produttività non si paga con la salute.

*ODCEC Lucca

di Giulio Dellavite*

Si parla tanto e giustamente di sicurezza sul lavoro. Riflettendo con alcuni esperti del settore ho imparato a cogliere l’evoluzione interessante del pensiero e dell’attuazione di questo che è sia un diritto, sia un dovere.

Il primo grande traguardo è stato quello di passare da una sicurezza fatta di adempimenti per obbligo, imposti dall’alto, rispondenti a necessità burocratiche, a una “cultura” della sicurezza come attenzione più spontanea del singolo, come orizzonte di senso interdisciplinare, come stile con cui affrontare aspetti e settori poliedrici nell’azienda. Al centro non c’erano più solo gli atti da compiere, ma le persone.

Ne è seguito un ulteriore livello: trasformare la cultura in “coltura”, cioè in atteggiamenti da coltivare con pazienza e passione ogni giorno nell’orizzonte complessivo dell’azienda. Il campo di interesse quindi non era più qualche luogo rischioso o angolo pericoloso, quanto ogni dimensione lavorativa. Allora rientrano nella “coltura” della sicurezza anche le relazioni, le tempistiche, le modalità, le formazioni, le progettazioni, le visioni. Quante volte ci si rende conto che la performance di un reparto dipende da quello che succede prima e dopo le ore del lavoro. Non si valuta mai a sufficienza, a mio avviso, che la causa di incidenti sul lavoro o comunque di errori che generano perdite sta anche in quanto il dipendente si porta da casa. Quante preoccupazioni parentali condizionano la resa operativa, allo stesso modo se il clima al lavoro è pesante ne risente la famiglia, facendo scattare un circolo vizioso. L’essere legati con una corda di sicurezza ha la stessa valenza dell’essere legati agli altri in un ambiente che riconosce “come sta” la persona: come sta legata o protetta, come sta al suo dovere, ma anche come sta emotivamente e psicologicamente. Se i dipendenti sono soddisfatti c’è un impatto positivo sul fatturato e sulla fidelizzazione dei clienti.

Ecco allora un terzo grande passo, quello più rivoluzionario, cioè la bellezza della sicurezza e la sicurezza della bellezza. Non significa mostrare la bellezza della sicurezza, ma che la bellezza dell’ambiente di lavoro è la prima e vera sicurezza. Se al lavoro ci sto bene, ci vado bene, mi sento bene, oppure se quando mi sento male o sono in una fase negativa ho la percezione di trovare chi vede il mio bene, allora tutto è sicuro. Apro una parentesi. Perché non applicare al mondo del lavoro lo stesso discorso che va di moda nella scuola. Si dà al “bellismo” la stessa attenzione che ha il bullismo? Provoco, guardandomi io come formatore. Non rendere avvincente la normalità dell’investimento nella fatica dello studio non può avere come causa un certo “bullismo” degli insegnanti verso i ragazzi? Spesso chi ha un ruolo di guida, un responsabile, spende gran parte del suo tempo per le persone che fanno le cose sbagliate. Spostare l’attenzione dal soggetto all’oggetto fa capire che sbagliato non è il collaboratore ma solo il comportamento o il risultato. Fa sentire al dipendente che il capo è dalla sua parte e che insieme si è parte dell’errore. E una volta affrontato il problema, l’errore è superato e la questione è chiusa senza strascichi colpevolizzanti di ritorno.

Da qui sgorga la libertà di trovare strade nuove, provare alternative, aggiustare e persino autodenunciare errori o dichiarare di avere bisogno di aiuto, fino a tessere una rete di supporto e sviluppo. Si ottimizza sia perché si risparmiano interventi riparativi e di perdite, sia perché migliora la qualità della produzione. Le maggiori inefficienze o errori, gli sprechi di tempo e di denaro, hanno come causa una cattiva o parziale o assente sincronia su obiettivi e aspettative. Quando manca chiarezza, manca il momento della sfida: non ci si mette alla prova. Ha senso ciò che faccio se so perché lo faccio e se qualcuno mi ha spiegato che il mio contributo è importante. Il senso crea valore per me, il valore crea affetto, l’affetto crea effetto, l’effetto crea qualità, la qualità crea profitto, il profitto crea lavoro, il lavoro crea dignità, la dignità crea valore. Un circolo virtuoso che tocca la vita delle persone. Questo è etico. La sicurezza del lavoro è questione normativa oltre che deontologica. La sicurbellezza invece è nell’orizzonte dell’etica.

Etica è una parola che oggi va molto di moda, forse troppo. Viene spesso usata, ripetuta, collocata come codice ben in evidenza sul sito o come panna montata decorativa insieme a variegate operazioni di greenwashing. Secondo me il problema più grave è che sia un termine usato e abusato da tutti, senza che nessuno ne abbia un contenuto condiviso. Sotto la parola etica ci stanno diversissime definizioni e opinioni, che mai vengono esplicitate e dunque confrontate.

Dove trovare allora la sua giusta definizione? L’etica come contenuto ha una straordinaria attualità, proprio nel suo senso originale che purtroppo è andato perso con il rischio di essere confuso con tante altre parole, come quando uno specchio si rompe, tutte le parti hanno la pretesa di contenere tutta la realtà, però la deformano o la confondono. Si vede una parte e la si confonde con il tutto. Non è una falsità, ma una mezza verità. Spesso è più pericoloso. Mi basta l’esempio di una parola “compliance”. Compliance è etica, ma l’etica non è solo la compliance. Allora tornare indietro al senso originale è l’operazione più moderna per andare avanti. Chiedo scusa se semplifico molto. Il concetto originale di etica nel greco antico è strettamente legato al mondo del lavoro: “ethos” infatti nel primo senso significa “casa”. È il costruire l’ambiente della propria vita e del proprio agire avendo le fondamenta dei valori, le pareti dei diritti e dei doveri, l’arredamento delle scelte come vision, il tetto degli obiettivi come mission. È il “do good”: il fare in modo buono. Una casa però non può avere solo la facciata, deve proporre una facciata interessante e rassicurante. L’aspetto esteriore in greco antico è “ex-ethos”, ciò che sta fuori (ex) dalla casa (ethos). Ne deriva la parola “estetica”. La radice sta nel verbo “aisthánomai” che significa “avere la sensazione”. Che sensazione ho del mio lavoro? Per qualcuno l’estetica – intesa come reputazione o feedback – è la priorità. A volte contano i followers, più della struttura. La reputation vale di più della sostanza, della qualità. È il do well: è il fare bene. La casa ha una terza dimensione che è quella dell’ambiente, cioè del clima che c’è all’interno nel rapporto di coloro che la abitano: questo rimanda a “poethos” da cui poetica. La sorgente sta in “poiesis”, che significa “creare/costruire”. È l’importanza della cura dei rapporti e dell’essere in rete in modo interdisciplinare. È l’orizzonte delle soft skills, è il capitale umano. È il be well: l’essere bene, cioè la qualità, la formazione, l’efficienza. Quale delle tre prevale? A volte l’una e a volte l’altra. La vera sfida però sta nell’insieme delle tre. È la cura di tutte le dimensioni in equilibrio: etica, estetica, poetica; struttura, reputazione, relazioni; core business, communication, team bonding [che io preferisco al team building]. Non si possono “costruire” rapporti dal niente, si possono invece “legare” relazioni, dando importanza alla specificità di ciascuno, alla sua peculiarità.

Oggi il greco antico è considerato non solo lingua morta, ma proprio sepolta. Se si vuole essere moderni bisogna usare l’inglese dove si trova l’interessante differenza tra “house” (casa come edificio e struttura) e “home” (casa come luogo della vita e della famiglia). Eppure ci si può meravigliare di quanto fossero avanti nel passato. In greco antico c’è la medesima distinzione: ethos sta a house, come oikos sta a home. E c’è di più. Per gli antichi la gestione della casa (home-oikos) come spazio degli affetti, delle scelte, della quotidianità aveva un aspetto teorico e uno pratico. L’aspetto teorico è oikos-loghé da cui viene il termine “ecologia”, intesa non solo come attenzione alla natura ma come ecologia integrale a 360 gradi, cioè come welfare aziendale e sociale (oggi si direbbe: confacente ai criteri ESG, dove insieme alla sostenibilità c’è la premura sociale e lo stile di governance). L’aspetto pratico è invece oikosnomé da cui viene il termine economia intesa come orizzonte che riguarda le persone prima che i budget e coinvolge i valori e non solo i costi.

L’etica quindi non rende guardiani di un passato da difendere, ma custodi di un futuro su cui investire. È un’utopia! Potrebbe dire qualcuno. La stessa obiezione fu fatta a Adriano Olivetti per le sue idee in quella “transizione industriale” dove cercò innovazione non solo nei prodotti, ma nella relazione tra esterno e interno dell’azienda e in modo trasversale tra dirigenti e operai, tra impegno lavorativo e vita familiare per rendere l’azienda una “casa”. Da visionario a cui la realtà poi ha dato ragione disse: “Il termine «utopia» è la maniera più comoda per liquidare ciò di cui non si ha voglia o capacità o coraggio di fare. Un sogno sembra un sogno fino a quando non si comincia da qualche parte, solo allora diventa proposito, cioè qualcosa di infinitamente più grande”.

*Monsignore Diocesi di Bergamo

È il 1978. Sono seduto in braccio a mio padre sul sedile del passeggero di una Fiat 131 Mirafiori, l’ammiraglia popolare, così veniva chiamata, colore rosso ossido.
Alla guida c’è una mia zia, giovane, forse da poco patentata. Stiamo percorrendo l’autostrada del sole all’altezza di Salerno, per andare in vacanza insieme al resto della famiglia. L’auto sta viaggiando a una velocità moderata e si avvicina ad un bivio dove dovrebbe svoltare. Tuttavia, per qualche motivo, la conducente, indecisa su quale direzione prendere, non riesce a girare il volante in tempo. Invece di svoltare, l’auto continua dritta e colpisce violentemente la barriera di protezione. L’impatto è forte e provoca danni significativi al veicolo, ma, fortunatamente, quasi nessuno agli occupanti, nonostante l’ammiraglia non abbia nessun tipo di sistema di protezione. Non c’erano nemmeno le cinture di sicurezza. Continua a leggere

Fattore umano e soft skills come elementi chiave nella prevenzione degli incidenti sul lavoro in edilizia

L’articolo esplora la rilevanza del fattore umano e dell’errore nel settore delle costruzioni, evidenziando come la gestione delle soft skills – quali comunicazione efficace, consapevolezza situazionale e gestione dello stress – sia fondamentale per ridurre gli incidenti sul lavoro. Sottolinea inoltre l’importanza di una formazione continua e mirata che favorisca una cultura condivisa della sicurezza, con benefici concreti sia per i lavoratori sia per le imprese. Continua a leggere

di Francesco Genna, Erika Pietrocola e Simona Gentile*

L’ATS Brianza ha attivato la Campagna informativa “Impariamo dagli errori” raccontando, sul sito Web aziendale, alcune dinamiche infortunistiche di casi indagati, con la speranza che l’informazione su questi eventi contribuisca a ridurre la possibilità del ripetersi ancora di infortuni con le stesse dinamiche.

La campagna “Impariamo dagli errori” è stata ideata per offrire alle imprese un “archivio” di esperienze e conoscenze relative alle dinamiche infortunistiche che si sono verificate nei vari settori di attività, con l’intento di fornire anche indicazioni utili per la prevenzione. L’obiettivo principale è quello di offrire delle schede come strumento di supporto e consultazione per la gestione della salute e sicurezza sul lavoro in azienda. Continua a leggere

di Florianna Golino*

Fino a qualche decennio fa, il concetto sicurezza sui luoghi di lavoro veniva associato all’insieme delle misure, adottate dalle organizzazioni, per garantire le migliori condizioni ai lavoratori, intese come assenza di malattie professionali e danni cagionati da eventi accidentali (infortuni).

I decreti sulla sicurezza degli anni 50, infatti, che ponevano l’Italia in vantaggio rispetto agli altri paesi europei in merito alla sensibilità ai temi della sicurezza e salute dei lavoratori, erano incentrati fondamentalmente sulle “condizioni sicure”, da garantire sui luoghi di lavoro e, quindi, sul concetto di salute come assenza di infermità e di danni all’integrità fisica dei lavoratori. Continua a leggere

LA RESPONSABILITA’ AMMINISTRATIVA EX ART. 25SEPTIES DEL D. LGS. N. 231/2001 ED I CONCETTI DI INTERESSE E VANTAGGIO DELL’ENTE NELLA SENTENZA DELLA CORTE DI CASSAZIONE N. 30813 DEL 29 MAGGIO 2024

 di Marco D’Orsogna Bucci*

 Una interessante sentenza della Corte di cassazione (n. 30813) del 29 maggio 2024 permette di introdurre ed esaminare il tema della responsabilità amministrativa ex decreto legislativo 8 giugno 2001 n. 231, “Disciplina della responsabilità amministrativa delle persone giuridiche, delle società e delle associazioni anche prive di personalità giuridica, a norma dell’articolo 11 della legge 29 settembre 2000 n. 300”, in relazione ai reati in materia di sicurezza sul lavoro commessi nell’interesse e/o a vantaggio dell’ente. Continua a leggere

SICUREZZA SUL LAVORO: criteri di identificazione del datore di lavoro

di Raffaele Bergaglio*

In un settore del diritto come quello penale, dove tutto dovrebbe essere connotato da un livello di certezza tale da non lasciare dubbi interpretativi, non fosse altro che per le conseguenze che ne possono derivare, non è ancora del tutto pacifica la rosa soggettiva delle attribuzioni di responsabilità penale derivanti da infortuni sul lavoro. Continua a leggere

di Florianna Golino*

Il concetto della parità di genere sui luoghi di lavoro, già affrontato in ambito sicurezza sul lavoro, con l’emanazione nel 2008 del D.Lgs. 81/08, recentemente è divenuto oggetto di particolare attenzione da parte delle organizzazioni tenendo anche conto i principi di sostenibilità “ESG”. Tra i rischi presenti sui luoghi di lavoro, infatti, da valutare ai sensi dell’art.28 del decreto e da trattare nel documento di Valutazione dei rischi (DVR), sono richiamati quelli connessi alle differenze di genere. Come per tutte le altre tipologie di rischio presenti sui luoghi di lavoro, anche questi ultimi devono essere contemplati nel DVR, documento che, come chiarito dall’art.2 del D.lgs. 81/08, deve contenere una “valutazione globale e documentata di tutti i rischi per la salute e sicurezza dei lavoratori presenti nell’ambito dell’organizzazione in cui essi prestano la propria attività, finalizzata ad individuare le adeguate misure di prevenzione e di protezione e ad elaborare il programma delle misure atte a garantire il miglioramento nel tempo dei livelli di salute e sicurezza”. Gli specifici aspetti da considerare nell’ambito della valutazione dei rischi sono gli effetti prodotti dalla differenza di genere sull’attività lavorativa ovvero, tenendo conto delle differenze che mediamente di fatto esistono dal punto vista “biologico” fra uomini e donne (statura, in genere inferiore nelle donne; volume polmonare, maggiore negli uomini; differenza nell’assorbimento e nella eliminazione degli agenti chimici; diverso rapporto tra esposizione al rumore di bassa intensità e danni extra uditivi; effetti degli agenti mutageni sul sistema riproduttivo femminile; vulnerabilità verso i rischi; ecc. ecc.) andrebbero adottate delle misure, per lo più organizzative, per evitare o quantomeno ridurre i possibili danni alla salute ed alla sicurezza dei lavoratori, in relazione a tali aspetti, che non siano necessariamente riconducibili all’eventuale stato di gravidanza delle lavoratrici. Questa tutela, infatti, presente nel nostro ordinamento sin dalla Costituzione e con la L. 53/2000, è stata rafforzata con il D.lgs. 151/2001 (che, in un’ottica di parità e tutela sostiene la genitorialità, garantendo anche ai padri la possibilità di dedicarsi alla cura dei figli) e successivamente è stata recepita ed estesa con il Testo Unico della sicurezza (D.lgs. 81/08), nel quale sono stati considerati, come base per la valutazione dei rischi legati al genere, anche gli aspetti “socio ambientali”. Quindi, mentre da un punto di vista normativo risulta evidente un approccio “non neutrale”, ma attento alle diversità ed alla soggettività, dal punto di vista pratico questo approccio non è supportato da un riferimento metodologico standardizzato, come invece accade per altri rischi presenti sui luoghi di lavoro, quali ad esempio i rischi legati alla movimentazione manuale dei carichi, quelli da esposizione al rumore o alle vibrazioni, i rischi chimici, biologici, quelli da stress lavoro correlato e diversi altri. Per la valutazione di tali tipologie di rischio, infatti, esistono norme tecniche che rappresentano utili riferimenti per datori di lavoro, Rspp e medici competenti, ai fini della redazione del DVR per la parte ad essi dedicati e dell’adozione delle più adeguate misure di prevenzione e protezione. A fronte, quindi, di una normativa che stabilisce la tutela della salute nei luoghi di lavoro orientata al genere, le indicazioni riportate nella stessa non sempre risultano di facile applicazione.

Un altro aspetto strettamente connesso al tema della “sicurezze e parità di genere” e rientrante in quelli che vengono definiti “rischi psico sociali”, è quello degli abusi e delle molestie sui luoghi di lavoro. Queste fattispecie di rischio, a seguito del recepimento dell’Accordo Europeo sulle molestie e violenze nei luoghi di lavoro (2007), avvenuto soltanto nel 2016, e dell’emanazione della L. 15/01/2021 n. 4 (in attuazione dell’art. 9 comma c della Convenzione 190 sull’eliminazione della Violenza e delle Molestie nel Mondo del Lavoro), devono essere oggetto di una specifica valutazione dei rischi relativi alle violenze e alle molestie, con la partecipazione dei lavoratori e dei rispettivi rappresentanti, ai fini dell’adozione di misure per prevenirli e tenerli sotto controllo.

L’ Accordo europeo, anche se recepito in modo parziale (Accordo Confindustria, Cgil, Cisl, Uil) e ridottosi ad una dichiarazione di intenti con l’indicazione dei principi ai quali ispirarsi per gestire situazioni di molestie e violenze, senza quindi specificare procedure, obblighi /doveri e relative sanzioni, ha quantomeno chiarito definitivamente come la gestione delle molestie e delle violenze sui luoghi di lavoro debba prescindere dalla sua natura specifica (fisica, psicologica e/o sessuale). In ogni caso, infatti, occorre prevenirla garantendo la migliore assistenza alle vittime degli abusi, anche attraverso l’attivazione di una funzione di ascolto, e validi strumenti di punizione dei colpevoli.

La Legge 4 del 15 gennaio, invece, ha ampliato il concetto stesso di violenza/molestie, integrandolo con lo stress lavoro correlato, dando maggior risalto rispetto al passato ai rischi psicosociali e riconoscendo che la violenza e le molestie sul lavoro possono tradursi in danni per la salute psicologica, fisica e sessuale, per lo status economico, per la dignità e l’ambiente familiare e sociale della persona, da cui la necessità di valutare i fattori di rischio ed adottare misure di tipo preventivo e correttivo, a partire dai dispositivi di risoluzione delle controversie e di denuncia, ai meccanismi di supporto, ai servizi per il ricorso e risarcimento che tengano in considerazione la prospettiva di genere e che siano sicuri ed efficaci (art.10).

Anche la recente ISO 45003: 2021 Gestione della salute e sicurezza sul lavoro — Salute psicologica e sicurezza sul lavoro — Linee guida per la gestione dei rischi psicosociali tra i fattori sociali sul lavoro da valutare inserisce i concetti di “Violenza sul lavoro” (incidenti che comportano una sfida esplicita o implicita alla salute, alla sicurezza o al benessere sul lavoro; violenza interna od esterna che si traduce in abusi, minacce, aggressioni fisiche, verbali o sessuali, violenza di genere) e “molestie” quali comportamenti indesiderati, offensivi, intimidatori, di natura sessuale o non, che si riferiscono a una o più caratteristiche specifiche dell’individuo quali identità di genere, religione o credo, orientamento sessuale, disabilità ed età.

In conclusione, in un’ottica di sostenibilità e di valori “ESG”, considerando sistemi di gestione e organizzazione di tematiche vicine come il SGSSL, o lo specifico sistema di gestione sulla Parità di genere, conformi a relative norme e prassi, l’attenzione del datore di lavoro (e di tutti gli attori della prevenzione) deve essere incentrata sul garantire parità di trattamento, condizioni di salute e sicurezza.

A prescindere dal genere quindi (considerabile solo in funzione delle differenze biologiche e delle conseguenti assegnazioni dei compiti), l’attenzione deve essere rivolta alla tutela di lavoratori e lavoratrici verso possibili violenze, molestie, abusi , compresi altri rischi psico sociali, potenzialmente presenti sui luoghi di lavoro

*ODCEC Caserta

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di Alice Salducco*

Durante i corsi di formazione sullo stress cito spesso una battuta di Giorgia Fumo che recita più o meno così: “andare al lavoro è diventato come andare all’asilo, piangi tutte le mattine”.
Piangere è uno dei segnali più potenti dello stress: un allarme che ci impone la necessità di prenderci cura di quello che sta succedendo. Ci indica che lo stress da positivo sta diventando negativo. Il pianto, così come altri sintomi, ci segnala che la situazione in cui ci si trova è “troppo”, ovvero che non ci sono le risorse necessarie per rispondere in modo adeguato e sostenibile per noi a quello che sta succedendo.

Quando il distress – lo stress negativo – diventa molto e si prolunga nel tempo, si può incorrere nella sindrome da burnout. Chi ne soffre? Sono maggiormente esposti al rischio di burnout coloro che si sentono sopraffatti dalla routine quotidiana o che sentono le proprie aspettative deluse. Il burnout è un fenomeno complesso che indica una situazione di malessere fisico e mentale, con punti in comune con patologie come gli stati d’ansia o gli stati depressivi.

Con il termine burnout facciamo riferimento a uno stato in cui le persone sperimentano esaurimento emotivo, depersonalizzazione e derealizzazione.

Proviamo a entrare nel significato di questi termini tecnici con delle immagini.

  • L’esaurimento è quella sensazione che proviamo quando abbiamo l’impressione di avere la nostra batteria scarica, di aver terminato le energie a disposizione per qualsiasi cosa. È diversa dalla stanchezza, perché il sonno e il riposo non sempre aiutano a contrastarla. Un’altra sensazione associata all’esaurimento è la percezione di avere esaurito lo spazio mentale a disposizione, “di essere arrivati”. Lo possiamo osservare sia su di noi, sia sugli altri. Sui colleghi, ad esempio, si osserva nella difficoltà di concentrazione, nelle dimenticanze o nei segni di stanchezza sul volto.
  • La depersonalizzazione è quella sensazione di vedersi da fuori, come se si osservasse il mondo da una telecamera che riprende anche noi nella stanza, a differenza di quello che succede normalmente (osservare il mondo dal nostro punto di vista). Si tratta di un sintomo che può essere sperimentato anche negli attacchi di panico. Questo sintomo dall’esterno è più complesso da osservare e da riconoscere.
  • La derealizzazione, invece, riguarda la sensazione di scollamento con la realtà, il percepirsi distanti da quello che sta succedendo in quel momento, e in alcuni casi anche la sensazione che ciò che si è come persona non corrisponda a ciò che si sta facendo nella vita. La derealizzazione la possiamo osservare nel modo in cui le persone intorno a noi parlano del loro lavoro, nel modo in cui si rapportano ai progetti futuri o all’aumento delle responsabilità.

Come avrete intuito leggendo, la sindrome da burnout indica che la persona si trova in una situazione di forte malessere. Questo tipo di diagnosi può essere effettuato da una figura che si occupa di salute mentale come il medico di base, lo psichiatra o lo psicologo. È qualcosa di cui di solito si accorge la persona che vive la situazione, nel momento in cui i sintomi iniziano a diventare un ostacolo per il proprio benessere fisico e psicologico.

E da fuori? Come mi posso accorgere che un collega, un collaboratore, una persona amica si trova in una situazione di burnout lavorativo? La cosa importante è osservare i cambiamenti a livello comportamentale: tutti quei comportamenti che differiscono molto dalla “normalità” della persona che avete conosciuto. Ad esempio: prima pranzava sempre, adesso salta il pasto; prima era una persona socievole e disponibile, adesso sta in disparte. Altri indicatori possono essere legati al modo in cui percepisce la responsabilità e il nuovo: l’idea di vedere aumentate le proprie responsabilità o l’essere ingaggiati in un nuovo progetto lavorativo diventano motivo di ansia, insoddisfazione e frustrazione.

A questo punto la domanda sorge quasi spontanea: e quindi cosa faccio? Cosa si può fare se sul posto di lavoro mi accorgo che qualcuno mostra segnali di difficoltà che da fuori sembrano simili al burnout? Per rispondere è necessario tenere conto che non possiamo sostituirci a chi si trova in difficoltà quando si parla di salute mentale. Una buona strategia può essere chiedere: “come posso aiutarti?”, “di che cosa hai bisogno?”. Lo stress, come abbiamo visto, è un fenomeno complesso in cui intervengono fattori individuali, fattori ambientali e fattori sociali.

A livello più globale poi, è possibile introdurre delle misure di contenimento e prevenzione sul luogo di lavoro che possono essere più focalizzate su interventi di tipo ambientale/sociale o più personali.

Strategie orientate all’ambiente:

  • Creare un ambiente di lavoro “sano”, in termini di gestione del tempo, dello stile di comunicazione, di leadership;
  • Riconoscere le prestazioni e le qualità dei lavoratori, ad esempio attraverso feedback e premi;
  • Investire sulla formazione dei manager.

Strategie orientate alla persona:

  • Ideare, pensare e offrire programmi specifici che possano accompagnare e sostenere il benessere dei gruppi più a rischio, ad esempio attraverso la formazione o il welfare;
  • Regolare il monitoraggio medico-psicologico, ad esempio attraverso il welfare con “check up a tema stress”.

*Psicologa in Magenta (MI)

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