di Graziano Vezzoni*
Ricordo sempre con piacere le giornate trascorse con Romano Perotto, un uomo che aveva superato i novant’anni ma conservava la vitalità di un ventenne sotto steroidi. Romano era il tipo di persona che, quando raccontava una storia, ti faceva sentire come se stessi leggendo un romanzo d’avventura, mentre io, al massimo, sfoglio la Gazzetta Ufficiale. Aveva vissuto mille vite: pesca subacquea tra squali e tonni, discese in canoa su fiumi impetuosi, canyoning in gole sperdute… mentre l’unico rischio che corro io è inciampare nei cavi del computer. Le sue foto sono un tripudio di azione, sole, sorrisi e mondi incontaminati; le mie, invece, risultano decisamente più banali e grigie.
Quando Romano parlava delle sue imprese, io mi sentivo piccolo piccolo. Lui aveva affrontato tempeste, animali feroci e correnti impetuose. Io, invece, il massimo dell’adrenalina l’ho provato quando mi sono arrampicato su una scala per recuperare un faldone archiviato nel 1998. E non parliamo di quella volta in cui ho dovuto affrontare un datore di lavoro infuriato: altro che squali, quelli mordono davvero!
Romano aveva girato il mondo, io giro tra scrivania, sala riunioni e, se proprio voglio esagerare, raggiungo la macchinetta del caffè. Lui aveva storie di avventure e sopravvivenza, io ho storie fiscali di sopravvivenza. Lui si lanciava nei torrenti, io mi lancio nelle scadenze fiscali. Adesso Romano non c’è più, e il vuoto che ha lasciato è grande. Ma ogni volta che penso a lui, mi viene da sorridere: forse non sarò mai un eroe da romanzo, ma almeno posso dire di averne conosciuto uno vero.
La mia vita da commercialista del lavoro, a confronto con quella di Romano, sembra la trama di una sit-com ambientata in ufficio. Le mie giornate iniziano sempre con una sfida: trovare la motivazione per alzarmi dal letto, sapendo che ad attendermi ci sono montagne di scadenze, circolari ministeriali e clienti ansiosi come gabbiani davanti a una barca di pescatori. Il mio equipaggiamento da avventuriero? Computer portatile, calcolatrice, penne (che misteriosamente spariscono ogni settimana) e una scorta di caffè sufficiente a tenere sveglio un intero reggimento. La mia giungla è fatta di scartoffie, archivi che sembrano labirinti e password che cambiano ogni tre giorni, giusto per aggiungere un po’ di suspense. Le mie “missioni pericolose” sono le chiamate, se rispondono, con l’INPS, dove ogni risposta è un enigma degno della Sfinge. Le email dei clienti sono come messaggi in bottiglia: alcune portano richieste di salvataggio, altre solo lamentele per un errore di stampa nella busta paga. E poi ci sono le riunioni, vere e proprie maratone di sopravvivenza, dove l’unico modo per uscirne vivi è fingere di capire tutto quello che si dice.
Il mio sport estremo preferito? Cercare di spiegare a un cliente perché lo stipendio netto di un suo dipendente non è quello che ha visto “su internet” o sentito al bar, oppure affrontare la temibile “chiusura mensile”, quando ogni minuto conta e il panico si diffonde come un virus tra i colleghi. Altro che canyoning: qui si rischia davvero la pelle (o almeno la reputazione). Pensandoci bene, anche affrontare la burocrazia italiana richiede un certo spirito d’avventura… o almeno così mi piace raccontarmela.
Nella mia vita non ho mai invidiato nessuno, se non Romano, che era riuscito a indirizzare la sua esistenza verso un mondo fatto di viaggi avventurosi e, soprattutto, riusciva a star lontano dalla routine quotidiana. Il mio mondo selvaggio è fatto di gesti ripetitivi.
Ora è venerdì sera. Mentre Romano, probabilmente, avrebbe preparato lo zaino per una nuova avventura, io preparo mentalmente la lista delle cose da fare per lunedì. Però, come avrebbe voluto lui, mi appresto ad alzare un calice di vino e brindare al suo ricordo, perché lui avrebbe voluto essere ricordato così, con un buon brindisi.
Ciao Romano. Buon viaggio.
*ODCEC Lucca