Featured posts

di Monica Bernardi* e Maurizio Centra**

Domanda. In un’epoca per le donne ancora caratterizzata da difficoltà di affermazione nel mondo del lavoro, che ha addirittura richiesto l’emanazione di una direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio (UE – 2023/970) per rafforzare il principio di parità tra uomini e donne (Pay trasparency directive), il Gruppo Odcec Area lavoro ha affidato per la quarta volta l’incarico di Presidente a una donna, si tratta di un’associazione all’avanguardia o gli uomini sono latitanti?

In realtà nessuna delle due, credo che per ciascuna carica occorra individuare la persona giusta, al di là del genere, e mi auguro di essere all’altezza del prestigioso ma impegnativo compito che mi è stato affidato. Per quanto riguarda il Gruppo, basti pensare che nell’Organo di gestione (Consiglio direttivo), la presenza maschile è maggioritaria, ma quando è arrivato il momento di decidere ha prevalso la regola secondo la quale “la squadra che vince non si cambia”. In pratica, la scelta è stata fatta in base a una serie di requisiti che io credo di possedere, come non essere impegnata in incarichi incompatibili o che possano limitare l’impegno per le attività del Gruppo, essere abituata alla mediazione, avere una naturale capacità relazionale e ricoprire la carica di Vice Presidente dell’Ordine territoriale al quale appartengo, che sono stati apprezzati nell’ottica di continuare il percorso iniziato dal Gruppo da oltre un decennio. Si consideri, inoltre, che sono una Commercialista che si occupa prevalentemente di lavoro e questo, per la carica di Presidente del Gruppo, non guasta di certo. Continua a leggere

di Roberta Jacobone*

Le novità sul TFR e la previdenza complementare non risparmiano nessuno: datori di lavoro, dipendenti e i professionisti che li assistono.

Negli anni passati potevamo permetterci di raccontare ai nostri clienti che il sistema pensionistico italiano si poggiava su solide, o quasi, basi pubbliche e che una pensione, prima o dopo, l’avrebbero presa. Oggi questa visione si è completamente stravolta, forse non per tutti i nostri clienti (se lavoratori di lunga data) ma sicuramente per i loro figli che vedono già la pensione come un miraggio e…pure sfuocato! Continua a leggere

di Stefano Ferri*

La fattispecie odierna riguarda una tematica che, almeno nella mia esperienza, non è infrequente nelle aziende ma viene sottovalutata sia da parte datoriale che dai lavoratori.

Infatti, la Suprema Corte di Cassazione, Sezione Lavoro, con ordinanza n. 28248 del 4 novembre 2024, ha ribadito la legittimità di un licenziamento irrogato ad un lavoratore dipendente che aveva fatto timbrare il badge delle presenze ad un collega, con conseguente falsa e fraudolenta attestazione della sua presenza sul posto di lavoro. E si tratta, come si legge nel provvedimento, di fattispecie che integra l’ipotesi di cui all’articolo 2119 del codice civile, quindi di giusta causa. Continua a leggere

di Emanuele Cerani* e Tommaso Lucarelli**

Chi lavora ogni giorno con la documentazione di un cantiere strutturato lo sa bene: la verifica dei subappaltatori è ancora oggi un’attività fatta di PDF, allegati mail e fogli Excel. Per ogni pacchetto documentale di un fornitore, DURC, POS, attestati di formazione, idoneità sanitarie, certificazioni macchinari, un RSPP o un CSE impiega in media circa due ore per esaminarlo correttamente. Moltiplicando per le decine o centinaia di imprese coinvolte in un cantiere medio-grande, si comprende come una parte sostanziale del lavoro sulla sicurezza finisca per esaurirsi in ufficio, davanti a uno schermo, piuttosto che dove la sicurezza si fa davvero: sul campo. Continua a leggere

di Giada Rossi*

Il pignoramento dello stipendio rappresenta una delle forme più diffuse di esecuzione forzata ogniqualvolta il debitore sia un lavoratore dipendente.  In tale procedura, il datore di lavoro viene coinvolto non quale debitore principale, ma quale terzo pignorato (debitor debitoris), ossia in quanto soggetto obbligato a corrispondere al lavoratore-debitore somme periodiche a titolo di retribuzione.

A seguito della notifica di un pignoramento, il datore di lavoro è tenuto al rispetto degli obblighi di legge, tesi a bilanciare il diritto del creditore procedente a ottenere soddisfazione del proprio credito con la necessità di tutelare il diritto del lavoratore debitore ad una retribuzione adeguata a salvaguardare le sue esigenze di sostentamento e di vita.

Non in tutte le tipologie di pignoramenti è tuttavia rinvenibile la specifica indicazione della quota di retribuzione da assoggettare a vincolo di indisponibilità nell’atto di pignoramento notificato dal datore di lavoro, sicché quest’ultimo si trova nella necessità di conoscere i limiti legali a cui attenersi e quali condotte adottare onde correttamente adempiere ai propri obblighi. Continua a leggere

di Alessandro Bugli* e Francesca Chiara Colombo**

  1. Una revisione che diventa riforma

La previdenza complementare italiana ha una storia di lungo corso, e risale a ben prima della sua iniziale normazione organica (d.lgs. 124/1993) e della successiva riscrittura per il tramite del d.lgs. 252/2005 (che potremmo definire come il testo unico della materia).

Il decreto da ultimo citato (d.lgs. 252/2005), che inizialmente si caratterizzava per onnicomprensività regolatoria e snellezza, nel corso degli anni è stato fatto oggetto di una lunga serie di interventi di “emendamento”, di cui il più rilevante per il tramite del d.lgs. 147/ 2018 di recepimento della direttiva europea IORP II (2016/2341/UE), relativa alle attività e alla vigilanza degli enti pensionistici aziendali o professionali, e occasione di novella di ulteriori istituti non interessati direttamente dalla regolamentazione europea citata. Continua a leggere

di Orazio Licciardello*

Le Società del nostro tempo, a seguito della crescente innovazione tecnologica e soprattutto all’avvento dell’Intelligenza artificiale, si caratterizzano sempre più per la discontinuità, la complessità e l “high turbulence”.

Si tratta di un fenomeno di portata epocale che investe in maniera sostanziale l’organizzazione sociale, in generale, e delle aziende in particolare. L’A.I., infatti, per la velocità e l’automazione nella elaborazione dei dati e delle informazioni, viene usata, oltre che per lo svolgimento delle attività di tipo routinario, manuali o, comunque, relativamente semplici, anche per funzioni altamente complesse e per supportare decisioni strategiche, producendo effetti rilevanti sullo sviluppo economico e sociale.

Tale fenomeno, già in corso da tempo, ultimamente ha subito delle notevoli accelerazioni, per cui, dall’Industria 4.0, caratterizzata dall’automazione e dalla digitalizzazione, siamo ormai all’industria 5.0, con al centro l’uomo, la sostenibilità e la collaborazione uomo-macchina.

In tal senso, si parla di una nuova fase della rivoluzione industriale, caratterizzata dall’integrazione tra capacità umane e sistemi intelligenti, con effetti sulle competenze richieste per il personale ed inevitabili riduzione degli addetti alle mansioni ripetitive, o relativamente più semplici, che vengono svolte dall’A.I.

Uno degli utilizzi più diffusi riguarda l’analisi dei dati relativi, ad es., alle informazioni sui clienti: gli algoritmi consentono di analizzare enormi quantità di informazioni che li riguardano in modo rapido ed efficiente, individuando l’esigenza di servizi e la domanda di prodotti, con effetti sulla distribuzione delle risorse aziendali, sull’efficienza operativa e sulle decisioni manageriali. La flessibilità delle tecnologie digitali e dei sistemi intelligenti comporta anche la possibilità di svolgere da remoto, o in modalità ibrida, molte attività, ciò che può tradursi in un migliore equilibrio tra vita privata e lavoro.

Rilevante anche la possibilità di migliorare la sicurezza nei contesti lavorativi, anche se la dipendenza da sistemi automatizzati può comportare dei rischi, laddove una eccessiva fiducia negli algoritmi può implicare la riduzione dell’attenzione umana e della capacità di intervenire in situazioni critiche, per cui è necessaria una formazione del personale particolarmente adeguata; ulteriori rischi possono essere connessi alla violazione della privacy, anche se le aziende e le organizzazioni devono adottare politiche di data governance e sistemi di sicurezza per proteggere le informazioni.

Il ricorso all’A.I., comunque, tende ormai a generalizzarsi velocemente. Secondo il rapporto ISTAT “Imprese e ICT 2025”, il 16,4% delle imprese italiane con un limitato numero di dipendenti (≥10 addetti) usa già tecnologie di A.I.; tale percentuale sale al 53,1% nelle grandi imprese e tende ad aumentare in tempi abbastanza brevi, per raggiungere, in linea con l’obiettivo UE, il 75% entro il 2030.

Di conseguenza, con il progredire degli sviluppi dell’A.I., anche alcune attività lavorative di tipo relativamente semplice vengono sempre più automatizzate (immissione di dati sui Database, registrazione di informazioni, attività di segreteria, telemarketing, etc.), con conseguente perdita di posti di lavoro degli addetti a tali mansioni. Contemporaneamente, comunque, per rispondere alle esigenze che derivano dalle innovazioni, si aprono nuove prospettive lavorative che comportano, però, adeguati livelli di formazione e l’acquisizione delle necessarie competenze richieste dal mercato del lavoro (intelligenza artificiale e data science, sicurezza informatica, robotica, trasformazione digitale, energie rinnovabili, etc.).

In tal senso sembrano deporre le stime contenute nel “Future of Jobs Report 2025”, un report del World Economic Forum (WEF), fondato sulle interviste ad oltre 1000 aziende globali. Secondo i dati riportati, infatti, entro il 2030 l’automazione e l’A.I., sostituiranno 92 milioni di posti di lavoro in tutto il mondo, ma l’occupabilità dovrebbe aumentare di ben 78 milioni, poiché ne verranno creati ben 170 milion di nuovi.

Sul piano dell’occupazione, quindi, non ci sarebbe una perdita dei posti di lavoro, ma una trasformazione degli stessi, poiché alcune attività professionali tenderanno a scomparire o, pur mantenendo la stessa denominazione, comporteranno a tutti i livelli il possesso di competenze anche diverse ed integrate, con riguardo sia agli aspetti di tipo tecnico/scientifico, sia a quelle di tipo soggettivo/relazionale: intelligenza emotiva, empatia, comunicazione interpersonale (competenze umane che l’A.I. potrà magari imparare a riconoscere, ma non sa immaginare)!

La conoscenza e le competenze tecnologiche, infatti, pur rilevanti nei processi produttivi ed ai fini dell’innovazione e della competitività delle organizzazioni, per la rapidità con cui evolve l’A.I., sono soggette a crescenti livelli di obsolescenza, ciò per cui, oltre al necessario e continuo aggiornamento sui contenuti tecnici, risulta fondamentale coltivare la flessibilità cognitiva, la creatività, la capacità di collaborazione e di lavorare in setting di piccolo gruppo: competenze, indispensabili per generare nuove idee, risolvere problemi complessi e sviluppare soluzioni innovative.

In tal senso, l’introduzione dell’A.I. si riverbera inevitabilmente anche sulla gestione e la valorizzazione delle risorse umane, con effetti che riguardano il clima organizzativo, le incertezze dello status, la fidelizzazione, etc. Si viene modificando, in tal senso, la stessa struttura organizzativa delle aziende e, contemporaneamente, cambiano anche le competenze richieste ai lavoratori nonché agli stessi vertici aziendali, la cui interpretazione del ruolo comporta lo spostamento dalla headship, fondata sul potere garantito dallo status, alla leadership, ispirata al coinvolgimento delle risorse umane ed alla gestione delle emozioni. L’avvento dell’Intelligenza artificiale, peraltro, introduce elementi di complessità anche relativamente all’accettazione della stessa da parte di coloro che operano nell’organizzazione.

In un quadro dominato da trasformazioni sempre più significative, le linee guida, i comportamenti e gli obiettivi funzionali ad adattare con successo le organizzazioni a uno scenario caratterizzato dalla discontinuità, sembrano necessariamente quelli di puntare, oltre che sulle competenze tecniche, su una leadership diffusa, sulla motivazione e sulla responsabilità di un management che utilizzi uno stile ispirato alla “servant leadership”, adottando atteggiamenti positivi rispetto al cambiamento e, in alcuni casi (come scriveva Schneider già nel 1987), funzionali a provocarlo e anticiparlo in una direzione coerente, aperta e competitiva.

Si tratta di cambiamenti sostanziali e profondi che sempre più tendono a spostare il focus dell’organizzazione dagli aspetti oggettivi a quelli immateriali, con conseguenti riflessi sull’interpretazione di ruolo, in particolare, ma non solo, per quelli di tipo apicale.

Proprio per quanto sopra, risulta evidente che oggi i manager e/o i leaders istituzionali che interpretano il loro ruolo in termini di headship trovino, più che nel passato, maggiori difficoltà nell’affrontare l’incognita del futuro e la complessità del presente.

L’introduzione dell’A.I., per la qualità e il livello delle competenze richieste anche ai dipendenti, (che devono interpretare, valutare e contestualizzare le informazioni prodotte dall’AI.) e per i processi di discontinuità che introduce, comporta l’esigenza, ancor più che nel passato, di concepire la leadership come fattore chiave di mediazione che influisce positivamente sulla relazione tra la gestione delle risorse umane e le prestazioni organizzative. In tal senso, anche la questione delle scelte organizzative effettuate e degli effetti che ne possono conseguire si correla al tipo di gestione delle risorse umane, ovvero al fatto che queste avvengano con decisioni dall’alto o con il coinvolgimento dei lavoratori, atteso il loro impegno offre un vantaggio competitivo alle organizzazioni.

In tale quadro diventano obsolete le rigidità dell’organizzazione verticistica, che possiamo definire di “tipo patriarcale”, caratterizzata dalla centralità dello status, che garantisce delle certezze, ma risulta disfunzionale rispetto ai processi di cambiamento ed evoluzione, poiché in questo caso i rapporti di ciascuno con gli altri vengono definiti sulla base della rilevanza del posto che ognuno occupa. In tal senso, sulla base del modo con il quale viene utilizzata e gestita, tale centralità può rivelarsi un limite, oltre che per le persone, anche per la vita dell’organizzazione. La questione delle scelte organizzative effettuate e degli effetti che ne possono conseguire si correla, infatti, al tipo di gestione delle risorse umane, ovvero al fatto che queste avvengano solamente con decisioni dall’alto o con il coinvolgimento dei lavoratori.

In generale, quindi, in una realtà che per l’introduzione dell’A.I. risulta caratterizzata da processi di cambiamento talmente accelerati da potersi, più correttamente, definire come discontinuità, e da dinamiche organizzative e relazionali ad alta turbolenza, appare indispensabile porre attenzione alla interpretazione del ruolo ai fini di una adeguata gestione/costruzione delle risorse umane, funzionale all’implementazione delle potenzialità implicite nelle individualità, evitando il rischio della loro “depressione”. Ne deriva, per ciò stesso, l’esigenza di modelli gestionali non più caratterizzati dalla headship ma ispirati ad una leadership che, attesa l’attenzione al clima relazionale ed al coinvolgimento emozionale, può risultare più funzionale al fine di garantire una maggiore efficacia, tradursi in un vantaggio competitivo, nonché risultare decisivo per il futuro dell’azienda e la sua stessa sopravvivenza.

* Professore Ordinario di Psicologia Sociale e Presidente dei Corsi di Laurea in Psicologia Unict

di Graziano Vezzoni*

Nel Porto di Livorno gli esoscheletri passivi entrano nelle operazioni quotidiane per ridurre il carico fisico dei portuali. Il progetto, avviato nel 2022, nasce dalla collaborazione tra Autorità di Sistema Portuale del Mar Tirreno Settentrionale, Compagnia Portuale di Livorno, IUVO (Scuola Superiore Sant’Anna) e Comau. L’obiettivo è semplice e ambizioso: prevenire disturbi muscolo‑scheletrici e migliorare l’ergonomia, senza rallentare il lavoro.

Livorno prova la “robotica indossabile” per proteggere schiena e spalle

In porto la fatica non è un’eccezione, è la regola. Movimentare merci, sollevare carichi, lavorare con posture forzate e ripetere gli stessi gesti per ore significa mettere sotto pressione, giorno dopo giorno, schiena, spalle e articolazioni. Non sorprende che proprio i disturbi muscolo‑scheletrici siano tra le cause più frequenti di malattia professionale nei lavori ad alta intensità fisica.

È in questo scenario che Livorno ha scelto di sperimentare una strada ancora poco battuta in Europa: l’introduzione sistematica di esoscheletri passivi, dispositivi indossabili senza motori, pensati per sostenere il corpo e ridurre lo sforzo nelle fasi più gravose. Non si tratta di “robot che sostituiscono l’uomo”, ma di tecnologia che prova a rendere più sostenibile la prestazione, soprattutto nelle mansioni ripetitive e ad alto carico biomeccanico.

Dal laboratorio alla banchina: una sperimentazione sul campo

Il progetto, avviato nel 2022, è stato costruito con un’idea precisa: testare gli esoscheletri in condizioni reali, non in scenari simulati. La collaborazione tra enti portuali, impresa e università ha permesso di valutare i dispositivi direttamente nelle attività operative, osservando cosa cambia nella postura, nella fatica percepita e nella compatibilità con procedure e dotazioni di sicurezza già in uso.

Il porto, in fondo, è un banco prova severo: spazi stretti, tempi serrati, ritmi elevati. Se una tecnologia funziona qui, può funzionare anche altrove.

Quali dispositivi e in quali attività

Gli esoscheletri adottati a Livorno rientrano nella categoria dei modelli passivi: non hanno batterie o attuatori, ma sfruttano meccanismi di supporto che redistribuiscono parte del carico muscolare.

I principali dispositivi citati nella sperimentazione sono:

  • Mate‑Xb, orientato al supporto della zona lombare, utilizzato nelle fasi di sollevamento e movimentazione. Tra i benefici rilevati, una riduzione dell’attività muscolare lombare fino al 25%.
  • Mate‑Xt, dedicato al supporto degli arti superiori, impiegato in attività come rizzaggio e derizzaggio dei container, con una riduzione dello sforzo sulle spalle fino al 35%.

Il punto di forza, in entrambi i casi, è la logica “di assistenza”: il lavoratore resta protagonista dell’azione, ma con un aiuto fisico che punta a limitare il sovraccarico, soprattutto nel lungo periodo.

Cosa è emerso: meno sforzo, più stabilità, buona accettazione

La sperimentazione triennale ha evidenziato risultati considerati significativi, soprattutto su tre piani.

1) Carico biomeccanico e fatica

Tra gli effetti riportati:

  • diminuzione dello sforzo percepito fino al 50%;
  • miglioramento della postura nelle fasi più critiche;
  • riduzione dell’affaticamento a fine turno.

2) Sicurezza e integrazione operativa

Un dato centrale per l’ambiente portuale è la compatibilità con le regole di sicurezza: l’esperienza ha indicato assenza di interferenze con i DPI e con le procedure operative, oltre a una maggiore stabilità nelle azioni ripetitive.

3) Accettazione da parte dei lavoratori

La tecnologia, per funzionare davvero, deve essere indossata e usata con continuità. La fase di test ha mostrato una buona accettabilità, favorita dalla leggerezza e dall’uso relativamente semplice dei dispositivi.

L’effetto sul DVR: prevenzione, formazione e manutenzione

L’introduzione degli esoscheletri, però, non è solo una scelta tecnica. Ha implicazioni dirette sul sistema di prevenzione. In particolare, può richiedere valutazioni e aggiornamenti nel Documento di Valutazione dei Rischi (DVR), considerando:

  • analisi del rischio residuo con e senza esoscheletro;
  • valutazione ergonomica delle mansioni supportate;
  • formazione per l’uso corretto;
  • procedure di manutenzione e verifiche periodiche;
  • integrazione con i DPI esistenti.

In altri termini: l’esoscheletro non è un “accessorio”, ma un elemento che entra nel sistema sicurezza, e va gestito come tale. Il fine è chiaro: ridurre l’esposizione al rischio biomeccanico (movimentazione manuale dei carichi, posture incongrue), migliorare il benessere fisico e, nel tempo, incidere su assenze e infortuni legati al sovraccarico.

Prospettiva: cosa può succedere nei prossimi anni

Livorno sta raccontando una storia diversa sulla sicurezza: non quella fatta solo di obblighi e adempimenti, ma quella in cui l’innovazione diventa uno strumento pratico di tutela.  Se l’esperienza di Livorno farà scuola, gli esoscheletri potrebbero diventare una delle soluzioni più concrete per affrontare un problema che, nei lavori fisici, non scompare con un semplice richiamo alle buone pratiche: l’usura del corpo nel tempo. Gli esoscheletri non sostituiscono l’uomo, ma lo accompagnano nel lavoro più duro, alleggerendo i punti critici e rendendo più sostenibile la fatica.

Nei prossimi anni lo sviluppo potrebbe muoversi su tre direzioni. Primo, una diffusione più ampia in altri porti e in settori come logistica, edilizia e manifatturiero, dove il rischio biomeccanico resta elevato. Secondo, una maggiore standardizzazione: linee guida più chiare su criteri di scelta, mansioni idonee, formazione e manutenzione. Terzo, un salto nella misurazione degli impatti: non solo fatica percepita e posture, ma anche dati su assenze, idoneità, infortuni e qualità del lavoro nel medio periodo.

In un settore dove il margine tra efficienza e usura fisica è spesso sottile, l’ergonomia avanzata smette di essere un “plus” e diventa una scelta strategica.

Livorno, intanto, ha già lanciato un messaggio al settore: investire in ergonomia avanzata non significa “modernizzare” per moda. Significa provare a rendere il porto un luogo dove la produttività non si paga con la salute.

*ODCEC Lucca

di Carlo Marinelli*

La questione della legittimità delle clausole individuali che prevedono un termine di preavviso per le dimissioni superiore a quello stabilito dalla contrattazione collettiva costituisce uno dei terreni più delicati e controversi del diritto del lavoro contemporaneo. Continua a leggere

di Maurizio Centra*

Da diversi anni l’Italia è uno dei paesi occidentali con la più alta età media della popolazione e, purtroppo, anche con un modesto tasso di crescita dell’economia reale, come dimostra in modo plastico l’andamento del prodotto interno lordo (Pil), che neppure gli oltre 220 miliardi di investimenti del piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) sono riusciti a modificare. Oltre che una crisi demografica senza precedenti, secondo fonti Eurostat nel 2025 l’Italia ha registrato un ulteriore calo del tasso di fecondità, stimato in 1,13 figli per donna, che colloca il nostro Paese ai più bassi livelli non solo dell’Unione Europea ma del mondo. Continua a leggere