di Rosa Casillo*

L’evoluzione della struttura e delle regole del sistema pensionistico è sempre stata influenzate da temi economico-finanziari, che hanno determinato il segno ora espansivo ora regressivo della tutela in base all’esigenza di conciliare la garanzia del diritto sociale, ex art. 38, co. 2 della Costituzione, con la sostenibilità finanziaria del sistema, valore sotteso al principio dell’equilibrio di bilancio ex art. 81 della Costituzione. Se si tracciano le tappe più significative di tale evoluzione anche solo per l’essenziale – cioè guardando ai tratti del sistema che più immediatamente hanno effetto sul segno, migliorativo e peggiorativo, della tutela – se ne ha immediata percezione.

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di Michele Dalla Sega*

Come ogni anno, anche nel 2025 si torna a parlare di pensioni e delle possibili prospettive di riforma. Un film ormai tradizionale, che si sviluppa su proposte tecniche, tavoli di confronto tra governo e parti sociali ed efficaci slogan elettorali, e che poi puntualmente si traduce in pacchetti (sempre più stringenti) di misure sulla flessibilità in uscita dal sistema pensionistico e in
piccoli interventi di restyling normativo.

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di Francesco Mengucci*

Sono trascorsi ormai trent’anni dalla riforma pensionistica Dini (Legge n. 335/1995) che ha segnato il passaggio dal sistema retributivo a quello contributivo. Una trasformazione epocale, che oggi
mostra con chiarezza i suoi effetti e le sue criticità.

Uno dei punti centrali di tale riforma riguarda il massimale contributivo, applicabile ai cosiddetti “nuovi iscritti”, ovvero quei lavoratori che sono privi di anzianità contributiva al 31 dicembre 1995. Per il 2025, tale massimale è fissato a 120.607 Euro: oltre questa soglia non si applica la contribuzione IVS (Invalidità, Vecchiaia, Superstiti). Tuttavia, la complessità si accentua in presenza di più rapporti lavorativi o carriere discontinue.

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di Cinzia Brunazzo*

Il ruolo strategico e sociale del Commercialista

Il dibattito sulla riforma del sistema pensionistico in Italia non è nuovo, ma oggi si fa sempre più urgente.
I numeri parlano chiaro e mostrano un sistema sotto pressione crescente:
– l’invecchiamento della popolazione: a 65 anni, un uomo ha davanti a sé in media altri 19,5 anni di vita; una donna, 22,7 (siamo tra i più longevi d’Europa!);
– la bassa natalità: in Italia abbiamo un tasso di natalità pari a 1,24 figli per donna contro una media UE di 1,5 figli per donna;
– il tasso di dipendenza: cioè il rapporto tra over 64 e popolazione attiva (20-64 anni) in Italia è pari al 41% contro una media UE del 36%;
– la precarietà del lavoro, in particolare autonomi, sportivi e spettacolo, part time, giovani e donne hanno carriere discontinue;
– l’applicazione di contratti cosiddetti “pirata” che prevedendo retribuzioni basse portano a contribuzioni molto basse ai fini pensionistici;
– le trasformazioni del lavoro con l’introduzione delle automazioni, della robotica e dell’AI che sostituiscono il lavoro umano.

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di Fabiano D’Amato e Marica Carla D’Amico*

Un aspetto piuttosto rilevante nella vita di ciascun individuo riguarda il momento di uscita da quella che potremmo chiamare, con licenza parlando, “fase produttiva” della vita, per entrare nella fase in cui la contribuzione a vario titolo accumulata si trasforma in quella rendita vitalizia ai più conosciuta come pensione.
A monte di questa rendita esiste un sistema pensionistico, che, alimentato dai contributi dei soggetti produttivi, consente la percezione di tale rendita e chiaramente deve essere in grado di fornire garanzie in tal senso.

Ecco perché periodicamente cittadini, enti previdenziali e addetti ai lavori si interrogano su come la sostenibilità del sistema possa essere garantita nel migliore dei modi.

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di Francesca Forloni e Marialuisa De Cia*

Nel sistema previdenziale italiano, il principio di proporzionalità tra contributi versati e prestazioni pensionistiche erogate rappresenta una delle colonne portanti della sostenibilità del sistema. Tuttavia, esistono situazioni in cui questo principio viene meno, generando effetti paradossali. Uno dei più evidenti riguarda i contributi versati oltre il massimale previsto dalla legge, che, pur affluendo nelle casse dell’INPS, non producono alcun effetto pensionistico per il lavoratore.

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di Vincenzo Ferrante*

L’evoluzione più recente del sistema previdenziale italiano vede una costante crescita dell’età utile per accedere alla prestazione di vecchiaia o dell’anzianità necessaria per il pensionamento anticipato. Al contempo, si registra un ampliamento del numero dei destinatari delle prestazioni, con il coinvolgimento a pieno titolo delle collaborazioni coordinate e continuative anche nella tutela contro la disoccupazione (per non dire che, al di là della DIS-COLL, questa è oramai estesa anche ai liberi professionisti attraverso l’ISCRO: indennità di continuità reddituale).

In questo senso, si può dire che la previdenza ha registrato negli ultimi decenni una espansione mai prima conosciuta, che tende alla protezione del lavoro «in tutte le sue forme ed applicazioni» (art. 35 Costituzione.), di modo che quasi non sussiste attività – subordinata, autonoma, privata o pubblica, saltuaria e financo gratuita – che non conosca forme di tutela per la vecchiaia, la maternità, la malattia o l’infortunio.

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di Alessandro Bugli*

Sono passati ben 32 anni dalla prima riforma organica della previdenza complementare in Italia (d.lgs. 21 aprile 1993, n. 124). La sua introduzione veniva a coincidere con la prima revisione del sistema previdenziale italiano del 1992 e fu a stretto giro succeduta dall’introduzione del metodo di calcolo contributivo per le pensioni pubbliche, con impatti sui tassi di sostituzione (il rapporto tra ultimo reddito e prima pensione) principalmente per i neo lavoratori post 1/1/1996.

Nel frattempo, revisione dopo revisione, siamo arrivati alla normativa vigente (d.lgs. 5 dicembre 2005, n. 252), integrata da ultimo dal recepimento della direttiva europea c.d. IORP II (2016/234/ UE), recepita in Italia con d.lgs. 13 dicembre 2018, n. 147 e accompagnata da una importante regolamentazione COVIP (la Commissione di Vigilanza sui Fondi Pensione).

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di Francesca Forloni e Marialuisa De Cia*

Nell’attuale contesto del sistema previdenziale italiano, la correlazione tra anzianità contributiva e diritto alla pensione rappresenta un principio cardine. Tuttavia, la rigidità dei requisiti minimi, in particolare il raggiungimento del reddito minimale per l’accredito di un anno pieno di contribuzione, si traduce in un ostacolo significativo per numerose categorie di lavoratori discontinui o con redditi bassi.

Talune categorie, si pensi per esempio ai lavoratori autonomi, a quelli sportivi e dello spettacolo, ai lavoratori discontinui, ai part-time, ai giovani e alle donne, percepiscono redditi inferiori al minimale annuo di reddito utile ai fini dell’accredito di un anno pieno di contribuzione (12 mesi o 52 settimane).

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di Francesca Forloni e Marialuisa De Cia*

Nel panorama previdenziale italiano, il tema della ricostruzione delle carriere contributive discontinue rappresenta una sfida cruciale per garantire equità, inclusione e sostenibilità nel lungo periodo. A tale scopo, uno strumento di crescente rilevanza è la pace contributiva, introdotta come meccanismo volontario per riscattare – a carico del lavoratore – periodi privi di contribuzione. Tuttavia, la normativa attuale limita questa opportunità ai soli “contributivi puri” o “nuovi iscritti”, escludendo in modo significativo una vasta fetta della popolazione lavorativa con carriera mista o con contribuzione antecedente al 1° gennaio 1996.

La Legge di Bilancio 2024, più precisamente l’art. 1, commi 126-130, della legge n. 213 del 30 dicembre 2023, consente, in via sperimentale per il biennio 2024-2025, di accedere alla cosiddetta pace contributiva che, in sintesi, consiste nella facoltà riconosciuta ai lavoratori di effettuare versamenti a proprio carico finalizzati a coprire periodi privi di copertura contributiva.

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