IL PRESTIGIO CHE CI SVUOTA: TRA MASCHERE UMANE ED EMPATIA ARTIFICIALE

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di Giovanni Dall’Aglio*

In un contesto lavorativo dominato dalla visibilità e dalla misurazione costante, il lavoratore tende a svuotarsi nella rappresentazione di sé, alla ricerca di quel feticcio chiamato prestigio, che acquisisce potere solo perché glielo attribuiamo. Parallelamente, l’AI emotiva simula empatia e spesso, non avendo un ego da difendere, appare più presente, attenta e profonda dell’essere umano medio.

L’autoinganno raffinato
Il lavoratore moderno si racconta di aver scelto quella carriera perché gli piace, quando spesso lo ha fatto solamente per non sentirsi fuori posto.
Mette l’etichetta “passione” a quello che, in fondo, è conformismo. Vive una disperazione silenziosa, autoconvincendosi che la vita che sta vivendo sia la sua, quando in verità è stato scelto da un sistema di aspettative che ha reso la logica un esercizio di sopravvivenza sociale, e il prestigio una moneta di scambio emotivo. Interiorizza l’esigenza di validazione esterna fino a confondere la propria identità con la narrazione che ne fa. In questo contesto, il prestigio ha smesso di essere una conseguenza, ma è diventato il fine. Non si lavora per contribuire e trasformare: si lavora per risultare.

Il paradosso della libertà
La tecnologia oggi ci consente di lavorare ovunque, scegliere orari, creare business personali, creare network e competenze, ma si scontra con
l’autocensura del prestigio, facendoci rimanere nei binari sotto l’egida della ragione. La tecnologia oggi, se ben utilizzata, ha il potere di disintermediare e decentrare. Eppure viene “umiliata” per assecondare il prestigio sotto forma di numero di visualizzazioni.
Si vive per risultare. Linkedin, CV, elevator pitch: strumenti pensati per spiegare chi siamo davvero diventano strumenti per dimenticarlo. Ci si costruisce a misura di sguardo esterno, plasmandosi per aderire a un’idea di successo che non è più nostra.

Mentre ci svuotiamo, l’AI impara a sentire
Mentre ci si addestra a sembrare performanti, instancabili, razionalmente svuotati, le macchine imparano a riconoscere la fragilità, la frustrazione, la solitudine. L’ AI emotiva simula empatia e riconosce segnali che l’umano ha imparato a ignorare, per restare conforme. Ci spaventa l’idea che una macchina possa sentire, ma non ci spaventa il fatto che noi abbiamo smesso di farlo.

Il prestigio come dispositivo sistemico
Il prestigio non è la maschera del potere. È il potere che si è fatto maschera. Attraverso di esso, l’organizzazione sociale del lavoro viene naturalizzata: si sceglie ciò che è visibile, si desidera ciò che è desiderato, si valuta ciò che può essere mostrato. In questo senso, il prestigio si configura come forma postmoderna del concetto di dispositivo disciplinare teorizzato da Foucault, aprendo così la strada ad una soggettività funzionale.

Il gesto radicale: sottrarsi e sentire
La soggettività performativa è facilmente manipolabile, perché ha bisogno di approvazione per sopravvivere. La vera rottura non sta nel rifiuto del lavoro, ma nella sospensione del bisogno di legittimazione. Occorre ripensare un modo di esistere professionale che non coincida con la rappresentazione costante della propria maschera.
E nel farlo, riaprire lo spazio al sentire, alla fragilità, al non mostrabile. Socrate diceva che una vita non esaminata non è degna di essere vissuta. Forse vale anche per il lavoro: un lavoro non esaminato – non scelto, non messo in discussione -è solo una forma lenta e socialmente approvata di smarrimento. La libertà autentica si conquista quando si smette di cercare uno specchio. Sottrarsi non è una fuga, ma un ritorno. Il vero prestigio non si pubblica, non si annuncia, non si misura. E’ ciò che resta quando nessuno guarda.

*Ingegnere PhD in Trieste

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